Rassegna stampa
Rassegna stampa
by Pietro Agriesti
https://ilpantesco.it/il-mises-senza-hoppe-e-piu-debole/
di Aurelio Mustacciuoli
Quando un movimento inizia a temere i suoi pensatori migliori.
Introduzione
C’è qualcosa di triste — e per certi versi preoccupante — nella decisione del Mises Institute di revocare la Distinguished Fellowship a Hans-Hermann Hoppe.
Non perché sia una decisione illegittima.
Ma perché è, con ogni probabilità, profondamente miope.
E forse anche rivelatrice di qualcosa di più grande: una tensione crescente all’interno del libertarismo contemporaneo.
Il punto fondamentale: il libertarismo non è politica
Conviene partire da un principio che non è mai stato veramente compreso e che era stato chiarito dallo stesso Murray Rothbard nell’introduzione a L’etica della libertà: il libertarismo non è una teoria politica, ma un’etica sociale.
Definisce l’uso legittimo della forza: cosa è giusto e cosa è sbagliato in un contesto sociale. Definisce valori, non politiche.
Le politiche, invece, sono azioni degli Stati — organizzazioni che detengono il monopolio della forza su un territorio — e che, per definizione, esercitano inevitabilmente un certo livello di aggressione sugli individui.
Questo significa che:
-
si può non fare politica da libertari
-
ma si può anche fare politica
Certo, in questo caso si decide di “sporcarsi le mani”:
si prende atto della realtà in cui gli Stati esistono e si cerca di operare affinché il livello complessivo di aggressione sugli individui si riduca.
Questo è stato, in passato, l’errore del libertarismo che lo ha reso irrilevante:
sognare un mondo senza Stati e rifiutare l’idea che un politico — pur utilizzando strumenti aggressivi come dazi, tasse o azioni militari — possa essere preferibile ad altri, se la sua azione riduce il livello complessivo di aggressione.
È, in fondo, ciò che i liberali dello Stato minimo hanno sempre sostenuto.
Ma con una differenza fondamentale: la consapevolezza che l’aggressione resta comunque sbagliata,
che lo Stato è comunque un male — seppur accettato — e che quindi il suo rafforzamento (più spesa, più tasse, più debito, più inflazione) deve essere sempre contrastato.
E questo è esattamente ciò che ci ricorda un libertario intransigente come Hoppe.
Il criterio di giudizio di un libertario resta quindi uno solo:
la coerenza etica.
Non la convenienza.
Non il consenso.
Hoppe non è un outsider
C’è oggi una narrativa che tende a dipingere Hoppe come una figura marginale o divisiva.
È una lettura superficiale.
Hoppe è uno dei principali eredi della tradizione misesiana e rothbardiana.
Un teorico che ha contribuito in modo decisivo a:
-
sviluppare la critica radicale della democrazia come sistema destinato a degenerare
-
chiarire i fondamenti etici del libertarismo
-
proporre una strategia di influenza sulle politiche, anche in dialogo con il conservatorismo
Personalmente, ho tradotto e diffuso il suo libro A Short History of Man e il suo discorso sulla strategia libertaria per il cambiamento sociale.
Molte di quelle intuizioni sono confluite nella mia Teoria della Forza Guardiana, inclusa la sua critica all’immigrazione senza limiti.
Le critiche di Hoppe
Negli ultimi anni, Hoppe ha individuato una deriva del Mises Institute: più orientata all’influenza che al rigore.
Nel suo recente articolo “Mises Institute: Quo Vadis?”, non fa polemica.
Fa qualcosa di più raro: una critica interna, radicale e coerente, per evitare che si perda proprio ciò che distingue il libertarismo dal liberalismo.
I punti sono chiari:
-
rifiuto assoluto della guerra
-
critica ai libertari “parziali”
-
diffidenza verso derive opportunistiche
In particolare, la sua posizione su Javier Milei ha fatto discutere.
È una posizione dura.
Che io — e molti altri — riteniamo eccessiva.
Ma è legittima.
Ed esprime una sana diffidenza verso chi sceglie di “sporcarsi le mani” con la politica.
Il punto centrale
Ed è qui il punto.
Il libertarismo non può buttare dalla finestra ciò che lo definisce: la propria purezza.
Anche quando questo si traduce in critica verso chi tenta di ridurre l’aggressione operando nella politica.
Il libertarismo, a mio avviso, non può essere:
-
principi senza strategia
Ma certamente non può essere:
-
strategia senza principi
E in questo, non si può fare a meno di Hoppe.
La decisione del Mises Institute
Arriviamo al punto.
Sì — il Mises Institute aveva il diritto di prendere questa decisione.
Ma questo non la rende una buona decisione.
Le istituzioni forti non evitano il conflitto. Lo assorbono
Allontanare Hoppe significa:
-
perdere una voce critica fondamentale
-
ridurre il pluralismo interno
-
segnalare una deriva verso l’omologazione
Un errore strategico
Diciamolo chiaramente:
il Mises Institute è più autorevole con Hoppe dentro che con Hoppe fuori
Non perché Hoppe abbia sempre ragione.
Ma perché rappresenta:
-
una tensione teorica
-
una coerenza radicale
-
un limite all’opportunismo
Senza figure come Hoppe, ogni movimento rischia una trasformazione sottile: da rivoluzionario a rispettabile, da rispettabile a irrilevante.
Conclusione
Se il libertarismo smette di essere:
-
scomodo
-
radicale
-
coerente
allora smette di essere libertarismo.
E a quel punto, Hoppe non serve più. Ma neanche il Mises Institute.
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