Molto tempo fa, un filosofo barbuto di nome Karl Marx scrisse che “La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli”. Marx scrisse queste tetre righe nell’intenzione di criticare quello che lui riteneva il diavolo in terra, il capitalismo sostenendo che la religione no fosse altro che una giustificazione che gli uomini si danno per ammantare di “sacralità” quello che lui riteneva un sistema basato sullo sfruttamento del lavoro altrui. Ironicamente, le sue stesse parole si sarebbero rivoltate contro di lui quando divenne palese che erano le sue teorie economiche ad essere una religione, e le sue predizioni sul destino del capitalismo una pura asserzione di fede basata sul nulla sociale, politico ed economico.

In realtà, se approfondiamo bene la questione del destino storico del capitalismo, Marx non ci era andato poi così lontano, sebbene la colpa non sia del capitalismo e del libero mercato di per se stessi quanto piuttosto di una perversione di questo meraviglioso sistema operato da un signorotto inglese dai baffi pronunciati, dalla dialettica arguta e spigliata e – devo dire – da una capacità oratoria che si diceva essere davvero niente male: sto parlando di Sir John Maynard Keynes, ossia colui che viene universalmente riconosciuto come il padre della moderna Macroeconomia: per capirci, una sorta di “Adam Smith degli statalisti”.

Costui, dopo un’interessante e competente analisi dei Trattati di Versailles redatta nel 1919 e dopo un più “tranquillo” trattato sulla moneta che – al contrario di quello che voleva il suo autore – non è mai decollato a livello editoriale, nel 1936 sbanca il botteghino di tutte le librerie e scuote le fondamenta su cui si reggeva la disciplina economica fino ad allora insegnata nelle università con quello che viene a ragione definito un libro “rivoluzionario”: la rinomata “Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” . Cosa sosteneva il Nostro in questo libro? La base della teoria di Keynes è il rigetto di quella che a qualsiasi persona sana di mente (e no, Keynes non lo era perlomeno a livello economico) riconoscerebbe come una verità indiscutibile, ossia la famosa “legge dei mercati” secondo cui la produzione deve arrivare prima del consumo ed è per tale ragione che non possono esistere delle crisi prolungate: grazie alla flessibilità dei prezzi e salari, se ci sono dei beni in eccedenza il loro prezzo scenderà ed in tal modo le eccedenze verranno vendute. Per Keynes, al contrario, la domanda determina l’offerta e non è detto che la prima si mantenga a un livello tale da garantire un’offerta, e dunque un reddito, di piena occupazione. In particolare, secondo Keynes non è detto che il risparmio disponibile si traduca in investimento, perché le due grandezze oggetto d’analisi dipendono da fattori differenti: il risparmio dipende dal reddito, l’investimento dal tasso di interesse e dalle prospettive future di profitto. La crisi nasce da una caduta di fiducia degli imprenditori. Se gli imprenditori sono pessimisti relativamente al futuro, dunque prevedono prospettive di profitto negative, contraggono gli investimenti (importanza delle aspettative, e in generale del fattore psicologico – cfr. i cosiddetti “animal spirits”). Questo mette in difficoltà le imprese che producono beni di produzione, le quali dovranno ridurre la produzione e licenziare lavoratori, alimentando ancora di più la caduta di domanda, che ora si estende anche al settore dei beni di consumo. È la crisi: recessione o depressione. Per Keynes non esiste alcun meccanismo di mercato che capovolga la tendenza e ripristini una situazione di equilibrio di pieno impiego.  E qual è la soluzione a tutto ciò? Invariabilmente, per Keynes una delle due: Politica monetaria (ovvero una variazione dell’offerta di moneta a parità di spesa pubblica) oppure la politica fiscale (ossia una variazione di spese pubbliche, coperta da tassazione o meno, a parità di offerta di moneta): essendo tale spesa pubblica un elemento autonomo della domanda, grazie al “magico” moltiplicatore provocherà un’espansione del reddito, che sarà un multiplo dell’aumento di domanda iniziale.  La ricetta keynesiana, insomma, è riassumibile in due parole (spoiler: invariabilmente, si tratta di un animale sempre più vessato conosciuto con il nome scientifico di “homo contribuens” ed “homo risparmians”): spendere soldi o – alternativamente – stamparli.

Aldilà delle inesattezze economiche e dei trucchetti retorici di cui l’opus magnum keynesiano abbonda, (e ce ne sono a bizzeffe, fidatevi di chi – il sottoscritto – la “General Theory” l’ha letta: una su tutte, la volgarizzazione della legge dei mercati fatta passare per una sua confutazione, tanto per fare un esempio), quello che mi preme evidenziare in questo articolo è l’impatto politico e – se vogliamo – psicologico che l’uccellaccio di Cambridge ha avuto con il suo libercolo da quattro soldi fatto passare per quella che poi, in effetti, è diventata la vera e propria Bibbia della Macroeconomia moderna. In effetti, immaginatevi di vestire i panni di un politico degli Anni Trenta in piena Grande Depressione: chiaramente, avete bisogno della cassetta degli attrezzi di un mago per risistemare l’economia senza dover far pagare – in termini elettorali – il conto delle vostre marachelle a qualcuno che non siate voi; le elezioni non possono essere fatte “per procura” e far spendere il faccione di qualcun altro per portare avanti il vostro programma politico. Inoltre, in qualità di politico, avrete un enorme interesse a far sì che voi e i vostri compagni di merende (non importa che risiedano o meno dal vostro lato della barricata) abbiate sotto il vostro controllo monopolistico quanti più ambiti della vita del cittadino possibili. E quale migliore occasione per promuovere voi e il vostro programma e allo stesso tempo darvi gli strumenti di controllare come, dove, come, quando e perché vengono spesi soldi (e di conseguenza, esercitare un certo controllo sulla vita privati) dei vostri cittadini se non quella di un bellimbusto che un bel giorno si sveglia e dice che – per uscire dal disastro economico che voi stessi e la vostra smania di “fare qualcosa” per “stimolare l’economia” a suon di accelerazioni alla stampante monetaria avete creato – voi e la summenzionata smania pianificatrice siete la soluzione e non il problema; che il mercato è fatto da “spiriti animali” di “persone irrazionali” e che – quindi – per “stabilizzare l’economia” siete necessari voi e la vostra “socializzazione sostanziale degli investimenti” (forse Keynes pensava che nei politici c’è una razionalità che il comune attore economico non ha? Forse i politici non son persone ma dei semidei dotati di razionalità olimpica tale e tanta da allocare correttamente le risorse economiche? Chissà…). Con queste premesse, con una teoria economica che è una miniera d’oro per il politico di turno, voi non avete bisogno di una teoria economica solida: avete semplicemente bisogno di una fede che possa essere facilmente venduta all’uomo della strada (sì, è questo il livello del ragionamento economico che Keynes implementava nel suo “opus magnum”) e che non abbia alcun fondamento teoretico ed empirico: basta che sembri una teoria ragionevole in modo tale che dentro quella dannata cabina elettorale, il povero idiota cittadino-contribuente decida di farsi togliere il pane dalla busta della spesa (le tasse e l’inflazione monetaria) per poi farsi ridare indietro le briciole dopo che gli avvoltoi si sono mangiati la pagnotta (la spesa pubblica). Basta che la teoria vi dia le fondamenta per esercitare la vostra morbosa voglia di coercizione sugli altri uomini e al diavolo la Libertà individuale!

L’uccellaccio di Cambridge non sembra di questo avviso; leggiamo infatti, testualmente, dalla “Teoria Generale”:

“Sotto qualche aspetto la teoria precedente è moderatamente conservatrice sulle sue implicazioni […]Ci sono ampi campi di attività che non vengono influenzati. Certamente lo Stato dovrà aumentare la ‘propensione a consumare’, e deve fissare [cioè a un livello più basso, nota mia] il tasso di interesse; e deve esistere ‘un qualcosa come una socializzazione globale degli investimenti’ ma ‘oltre a questo non si vede un altro caso in cui non possa essere implementato un Socialismo di Stato che abbracci la maggior parte della vita economica della comunità”.

Non contento di quanto asserito, Mr. Baffo d’acciaio continua:

“Se supponessimo che il volume di produzione venga dato, cioè, sia determinato da forze esterne allo schema di pensiero classico, allora […] l’interesse egoistico privato determinerà quello che viene prodotto, in particolare, in quali proporzioni, i fattori di produzione verranno usati per produrre, e come il valore del prodotto finale verrà distribuito fra di essi” [1].

E oltre così per tutta la Bibbia dei moderni laureati in economia (escluso me e pochi altri, ovviamente). E qui non possiamo non citare Hazlitt, il quale evidenzia come:

“Questo passo è ovviamente una contraddizione. Se lo Stato definisce quanto verrà investito, a quale tasso di interesse, e proprio dove, definisce quello che verrà prodotto e in particolare con quali fattori di produzione. Lo schema di Keynes vorrebbe tenere tutto questo fuori dalle mani private. Rifiuta di riconoscere le impostazioni delle sue stesse proposte […]. Keynes prosegue la sua attitudine paternalistica verso la libertà personale: ‘Rimarrà ancora un ampio spazio per l’esercizio dell’iniziativa privata e della responsabilità. All’interno di questo campo i vantaggi tradizionali dell’individualismo saranno ancora validi’ (p. 380) […] In altre parole, il modo per conservare l’individualismo è respingerlo, perché l’investimento è una decisione chiave nelle operazioni di ogni sistema economico. E l’investimento governativo è una forma di socialismo. Solo la confusione di pensiero o una doppiezza intenzionale lo negherebbe. Poiché il socialismo, come direbbe qualsiasi dizionario, vuol dire proprietà e controllo dei mezzi di produzione da parte del governo. Sotto il sistema proposto da Keynes, il governo controllerebbe tutti gli investimenti attraverso i mezzi di produzione e possiederebbe la parte che esso stesso ha investito. Nel migliore dei casi, è semplice confusione presentare i nostri keynesiani come [favorevoli a] una società libera o ‘individualistica’ come alternativa al socialismo”[2].    

Sono delle riflessioni giuste e profonde, queste; forse troppo per delle menti – quelle dei burocrati (inter)nazionali che hanno lo spessore medio uguale a quello di una cartina per sigarette. Ma tant’è, che da quel lontano giorno del 1936 ne è passata di acqua sotto i ponti, direte voi; il keynesismo oramai è solo una delle tante dottrine e che viene applicato da pochi. Ma davvero? Sono pochi i 27 paesi dell’Unione Europea che hanno deciso di spendere miliardi di euro in un mostro amorfo chiamato “Recovery Fund” finanziato – immancabilmente – con la bomba da 1350 miliardi freschi freschi di stampa da parte di Mrs. Lagarde; oppure le manovre pazze di Mr. Powell che da mesi si sta arrampicando sugli speroni del castello di carta della finanza americana fatta di junk bond e Treasuries statunitensi per non far esplodere il debito di quella che corre il rischio di diventare l’Argentina dell’emisfero boreale; oppure – ancora – il mai troppo inflazionato “decennio perduto” in Giappone, dove il rapporto debito-PIL è schizzato alle stelle e dove il paese dell’ “Abenomics” è retto dalle sole politiche monetarie ultraespansive della BoJ? La verità, cari miei, è che il keynesismo non è mai morto: si è saputo abilmente trasformare prima in “Monetarismo” e poi – di recente – acquistare una tale varietà di altri nomi (postkeynesismo, neokeynesismo, o – anche – “Modern Monetary Theory”) da essere irriconoscibile a tutti coloro che – al contrario della Scuola Austriaca – non possiedono una solida base di teoria economica basata sulla logica e sui fatti empirici registrati.

Il fatto sorprendente è, però, che questa “scienza” venga passivamente accettata dai più senza opposizione alcuna. In parte ciò è dovuto a quello che dicevo prima: ossia, essendo una teoria economica che invoca a gran voce l’intervento della longa manus del governo, è abbastanza chiaro che questo si faccia portatore di detta teoria economica, così come è chiaro che lo stesso miri a detenere il monopolio (o la posizione dominante, se preferite) dell’indottrinamento di modo che gli studenti che escono dalle facoltà di economia siano indotti a credere in quella che è diventata il nuovo “oppio dei popoli” del XXI secolo. Quello che mi conforta, perlomeno parzialmente, è che come la sua variante a tinta rossa più accesa (ossia il comunismo); anche il sistema keynesiano sarà immancabilmente destinato a fallire. Perché? Perché – per citare  Marx – esso rappresenti la farsa (non meno idiota, sia chiaro) di quello che è storicamente stato il male economico del comunismo; e – come il comunismo – esso soffre delle stesse mancanze, delle stesse fallacie, delle stesse contraddizioni logiche, economiche, politiche e sociali che hanno portato l’URSS alla sua rovinosa fine a cui è giunta a causa del peso dello Stato nella vita sociale, economica e politica dei suoi cittadini. Oggi (come allora) sarà una rivoluzione delle idee, improntata al rispetto della proprietà privata, ad un denaro sano e ad un governo inesistente (o perlomeno, estremamente limitato) a salvarci; perché, se proprio dobbiamo essere degli “accoliti” di questa setta religiosa rappresentata dal keynesismo, teniamo in considerazione le parole conclusive – quelle che, forse, contengono l’unico importante nocciolo di verità in tutta la “Teoria Generale”:

“Le idee degli economisti e dei filosofi politici, tanto quelle giuste quanto quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si creda. In realtà il mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto”.

Curioso come, poi, l’economista defunto di cui siamo diventati schiavi e che Keynes tanto denigrava nella sua conclusione sia diventato proprio lui con le sue idee inesatte, pericolose e economicamente distruttive piuttosto che generatrici di ricchezza. Davvero l’ironia massima con cui concludere il nostro “requiem in re minore” per l’economista che ha cambiato – in peggio – la storia del mondo; e che – si spera – sia quanto prima relegato nel dimenticatoio del pensiero economico assieme ai suoi moderni accoliti.

 

[1] J.M. Keynes; “Teoria generale”; pp.377-379; Hartcourt, Brace&Co), come citato in “Il Fallimento dell’economia keynesiana”; H. Hazlitt, tradotto a cura di Marco Marinozzi

[2] H. Hazlitt; “Il fallimento dell’economia Keynesiana”, “Cap. XXIV – Keynes si lascia andare”; pp. 429-432

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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