Reduce da un esame di diritto degli intermediari finanziari (e quindi costretto a sfogliare quel mattone di libro altresì noto come “Codice Civile” a causa di alcuni riferimenti al diritto societario – che coinvolge necessariamente l’attività di banche ed altre istituzioni finanziarie), sono curiosamente incappato (mentre sfogliavo il codice) in un singolare articolo che nulla ha a che vedere con la materia di cui dovevo sostenere l’esame ma che – unitamente alla mia passione per la macroeconomia – mi ha fatto ricordare come gli attuali politicanti siano spesso ignoranti delle leggi che essi stessi dovrebbero per primi rispettare. L’articolo in questione è il mai troppo inflazionato 1176, il quale recita nel suo primo comma che:

“Nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia”.

Cosa vuol dire? Banalmente, che chiunque sia obbligato a dover adempiere ad un’obbligazione deve comportarsi in modo responsabile e prudente; in termini economici, deve essere parsimonioso, lungimirante nelle sue scelte e quindi guardare al famosissimo “lungo periodo” non solo per sé ma anche per chi – inoltre – dovrà sostenere i costi della sua decisione di essersi indebitato. Sebbene questo principio sia richiamato più e più volte non solo nel Codice Civile ma anche in raccolte di norme come il Testo Unico Bancario, il Testo Unico della Finanza e la direttiva 684/1989 (dove per la prima volta viene introdotta l’espressione “sana e prudente gestione”), chi decide delle sorti fiscali del Paese sembra essersi amorevolmente scordato di questo principio basato sul buonsenso e sulla ragionevolezza in favore di una maggiore prodigalità nella gestione delle pubbliche casse giustificata in base alle idee che dal 1936 fino ai giorni nostri circolano nelle università e nelle aule e nei gabinetti dei Paesi occidentali; idee che sembrano aver invertito l’ordine delle cose esistente fino a quel tempo, e che elevano il vizio antico della prodigalità a moderna virtù, il comportamento prudente a moderna follia e la razionale e prudente gestione dei pubblici danari a sostanziale stupidaggine. Sì, perché se studiosi del calibro di Jean Baudrillard hanno definito l’attuale società come “La società dei consumi” (1976), è possibile, utilizzando lo stesso criterio classificatorio, definire il modello di società precedente, splendidamente descritta dai “Buddendebrook” (romanzo scritto nel 1901, ma ambientato tra il 1835 ed il 1877, che ritrae lo stile di vita e i valori morali della borghesia anseatica) di Thomas Mann, come la “società del risparmio”. Tale centralità del risparmio sarà duramente attaccata da Lord Keynes e dai suoi seguaci. Tale attacco, volto da un punto di vista strettamente economico, a porre l’enfasi sul consumo come vero motore dell’accumulazione e della crescita, può nondimeno essere letto anche e soprattutto come un attacco tout court a quell’ethos borghese ottocentesco, che si menzionava in precedenza, ad un certo tipo di moralità, per dirla alla Weber, di tipo protestante, fatta di prudenza, impegno, morigeratezza; quindi di risparmio ed etica del lavoro. Non per niente, Keynes nella sua opera “My early Belief” così scriveva:

“Noi ripudiavamo il fatto di esser tenuti a rispettare delle regole di ordine generale. Ripudiavamo completamente la morale comune, le convenzioni, e anche il sapere tradizionale. Noi eravamo, cioè, nel senso stretto del termine, degli immoralisti; non riconoscevamo nessun tipo di obbligo morale e nessuna sanzione interiore in base a cui conformarci. Dinanzi al cielo noi rivendicavamo di essere giudici di noi stessi nelle questioni che ci riguardavano”.

L’attacco di Keynes al risparmio fu mosso in maniera semplice ed efficace: se il motore di tutto è il consumo, e il risparmio significa astensione dal consumo, allora ogni atto di risparmio è in sé un male. Celebre rimane lo slogan coniato per mettere in luce tale punto: “Tutte le volte che risparmi cinque scellini non fai lavorare qualcuno per un giorno”. Così scriveva il Keynes, nella ferma convinzione che “nel lungo periodo siamo tutti morti”. E allora, applicando concretamente le idee economiche di Keynes così come lui le intendeva e le scriveva, perché preoccuparsi del lungo periodo? Perché condurre una politica di bilancio fatta di basse spese e bassa tasse? Perché, invece, non fare debito all’infinito? Il lungo periodo non arriva, in quest’ottica, e allora perché non darci alla pazza gioia e anticipare la morte? Dopotutto, come scriveva Lorenzo de’Medici, del doman non v’è certezza, no? Non proprio. Perché se è vero che è possibile (e soprattutto, a volte, fisiologico – proprio come accade in casi come le pandemie che bloccano inevitabilmente le attività economiche, tanto per fare un esempio – ) che in certi periodi si registrino degli avanzi di bilancio, è allo stesso modo vero che in tempi più “normali” il pareggio di bilancio realizzato mediante un taglio delle spese e delle tasse può e deve essere un obiettivo non solo da perseguire in un’ottica di campagna elettorale ma anche e soprattutto in un’ottica di realizzazione del programma stesso. Il motivo economico è – a mio avviso – banale. La spesa pubblica deve necessariamente essere finanziata o con le tasse o con il debito: tassando ora, lo Stato sottrae risorse al settore privato nel presente, indebitandosi lo Stato invece tassa poi, spostando i benefici dell’indebitamento agli individui del tempo “t” e facendo quindi gravare i costi dell’indebitamento su coloro che si trovano nel “t1”.  Il governo, quindi, non crea ricchezza: esso semplicemente sposta ricchezza (nello spazio e nel tempo) da un posto dopo averla presa da qualche altro; solitamente un posto in cui essa sarebbe stata impiegata in un modo molto più produttivo. Se tutto questo accadesse con i soldi che i politicanti che promuovono tali manovre non avrei, francamente, alcun problema in tutto ciò: per quanto mi riguarda, i milionari possono tranquillamente dilapidare le loro fortune. Ma – ed è esattamente questo il punto – nel caso del politico e delle manovre fiscali vediamo che tutto questo non accade con il patrimonio del politico: ogni soldo che lo Stato spende non è di chi propone le manovre;  sono – in realtà – tutti soldi che i contribuenti (presenti o futuri che siano) faticosamente guadagnano ogni giorno fornendo beni e servizi utili alla società e spendere responsabilmente questi soldi (per mantenere un’alta qualità di quelle che sono le uniche funzioni legittime dello Stato – ossia assicurare il rispetto dei contratti e provvedere alla difesa estera) è l’imperativo per qualsiasi forza politica che abbia a cuore il buongoverno di un Paese. Più banalmente, ci si dovrebbe rendere conto che in un mercato libero, l’esistenza della tassazione e delle imposte sarebbe economicamente svantaggiosa per colui che tentasse d’imporla; in quanto colui che costringerebbe un consumatore a pagare per qualcosa per cui non è disposto a farlo fallirebbe nei suoi intenti se tentasse di imporre questo pagamento al disopra del reale valore – monetario (utilità) o di altro tipo – percepito dal consumatore. In una condizione d’intervento legalmente monopolistico – invece – attenuato il rapporto tra prestazione ed esborso monetario (ed essendo questa non una dimensione volontaristica e di scelta, ma una di coazione) si vengono a creare tutta una serie di problemi, tra i quali il primo è quello che viene denominato “illusione fiscale”, individuato dall’economista ed esperto di finanza pubblica Amilcare Puviani. Il fenomeno in parola avviene quando i governanti, attraverso l’attività finanziaria pubblica, destinano una notevole parte delle risorse finanziarie dello Stato a vantaggio della classe dominante (che esercita il maggior potere) a insaputa delle classi popolari o dei cittadini, i quali vengono illusi con artifici ed inganni (ad esempio che lo Stato risponde ai loro bisogni), in modo da provocare (ai cittadini) erronee valutazioni delle finalità delle scelte politiche (i cittadini vengono illusi, ad esempio, che le tasse scendono quando invece aumentano, oppure il governo ha interesse a far vedere che sta riducendo la spesa quando invece la sta aumentando, ecc.) e di conseguenza i cittadini permetteranno ai governanti di mantenere il potere. La manovra prevalentemente adottata dai governi per realizzare l’illusione fiscale consiste nel privilegiare le spese correnti a discapito delle spese in conto capitale (ad esempio riducendo le tasse a carico dei contribuenti, anziché destinare fondi per un taglio delle spese). Non potendo essere effettuata in forma diretta (ovvero con la copertura legale delle voci nelle quali viene impiegata la spesa) oggi la forma di illusione fiscale più diffusa è quella occulta, attuata mediante il ricorso ad accorgimenti giuridici o a speciali normative contabili, come ad esempio stanziamenti di somme fuori bilancio per finanziare spese di cui non si vuol dar conto ai cittadini. Reddito di Cittadinanza, Quota 100 e “flat tax” in deficit vi ricordano qualcosa in questo senso? Ed è l’ignoranza di questo fatto che – francamente – a mio avviso fa storcere il naso politiche fiscali irresponsabili: viene scaricato sul futuro e sulle generazioni future l’onere della restituzione del capitale investito nei titoli pubblici e del pagamento degli interessi (rimandando quindi un problema che prima o poi – con buona pace dei keynesiani in ascolto – si dovrà comunque presentare).

Riusciremo a comprendere tutto ciò? Per il bene nostro e delle generazioni future che (come me) vogliono far crescere questo Paese spero di sì, altrimenti la strada verso il declino è imboccata e il regalo che troveremo alla fine non sarà una pentola d’oro ma un semplice pugno di mosche.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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