Diciamoci la verità: tutti noi abbiamo i nostri scheletri nell’armadio, delle “cosucce” che è meglio non si sappiano in giro per preservare la nostra “onorabilità” e la fiducia che gli altri ripongono in noi. Sono (spesso) cose da niente, piccoli vizi che ci concediamo e che alleggeriscono la nostra pesante vita rendendola un po’ meno noiosa e grigia. Il problema con questi vizi è che quando vengono fuori, e nel caso siano un po’ troppo grandi, alla fine non sarà per niente un bello spettacolo quando qualcuno si prenderà la briga di fare le pulizie di fondo e scoprirà questi “scheletri” (che in alcuni casi, poi, si rivelano essere dei veri e propri fossili degni dello Smithsonian da quanto sono grandi).

Il problema diventa ancora più grande quando ad avere questi scheletri nell’armadio sono delle istituzioni che fanno della fiducia uno dei loro asset principale (se non il loro asset principale), come – ad esempio – le banche. In effetti, guardando alla storia dell’attività bancaria, scopriamo che l’origine della stessa inizia nel momento in cui ci si rende conto che al posto di portare con sé una grande quantità di moneta (per fare un esempio, l’oro) è molto più comodo tenere questa moneta in un deposito custodito da una terza parte, la quale emette un certificato che riconosce la proprietà dell’oro depositato presso gli orafi. Nasce così il contratto di deposito, il quale, come recita anche il nostro Codice Civile (1766 c.c.), è un

“[…]contratto con il quale una parte riceve da un’altra una cosa mobile con l’obbligo di custodirla e di restituirla in natura”.

Il depositario ha diversi obblighi positivi e negativi nei confronti della cosa depositata dal depositante: egli deve custodirla con la “diligenza del buon padre di famiglia” [1176, 1177, 2148, 2167, 2790; come richiamati dall’articolo 1766] né può servirsi della cosa depositata o darla in deposito ad altri senza il consenso del depositante ; ma – cosa più importante – è che il depositario ha l’obbligo tassativo di restituire la cosa appena il depositante la richiede [1183, 1834; come richiamati dall’art.1771]. Anche qualora si tratti di un deposito irregolare (ossia di un deposito di denaro o altre cose fungibili), il depositario conserva l’obbligo di restituire al depositante quello che in gergo giuridico si chiama tantundem eiusdem generis; ossia il depositario è tenuto a restituire una quantità di denaro e cose fungibili dello stesso numero e della stessa qualità qualora egli desideri di disporre – come gli consente la disciplina – della proprietà del depositante. Il punto centrale dell’intera disciplina del deposito – risalente addirittura all’epoca classica[1] –  è che il depositante mantiene la piena disponibilità del bene depositato da parte del depositante. Si tratta del più basico rispetto del diritto di proprietà. Come facevano a fare i profitti le banche, quindi, se non potevano disporre con profitto dei soldi dei depositanti? Semplicemente, applicavano una commissione ai depositanti per i servizi resi con la custodia della loro moneta e questo – al netto dei costi operativi – faceva guadagnare loro un certo margine di profitto. Facciamo un esempio numerico, con tanto di scritture contabili. Supponiamo che la banca riceva un deposito a vista dal signor “X” per un ammontare pari a un milione di unità monetarie, che i costi operativi siano pari al due percento della quantità depositata e che la banca applichi al depositante sia pari al tre percento della quantità depositata. Le scritture in partita doppia che si produrrebbero dal punto di vista della banca sarebbero le seguenti:

Banca

Dare Avere
Cassa : 1.000.000 1.000.000
Cassa: 30.000 Ricavi da prestazioni v/Sig. “X”: 30.000
Costi operativi: 20.000 Cassa: 20.000

 

Il conto economico e lo stato patrimoniale della banca diventerebbero, quindi, come segue:

Conto economico Banca
Dare Avere
Costi operativi (-): 20.000 Ricavi da prestazioni v/Sig. “X”(+): 30.000
Utile d’esercizio(+): 10.000  
Totale dare: 30.000 Totale avere: 30.000

 

Stato patrimoniale Banca
Attivo Passivo
Cassa: 1010.000 Patrimonio netto (utile d’esercizio): 10.000
  Deposito a vista: 1.000.000
Totale attivo: 1010.000 Totale passivo: 1010.000

Come possiamo vedere chiaramente, non è assolutamente necessario che una banca presti soldi affinché essa possa generare profitti. Ben presto, avendo fiducia che nelle banche ci fosse esattamente quella quantità di oro indicata nel certificato, gli operatori economici cominciano a scambiarsi beni e servizi usando questi certificati perché scambiando questi certificati (ora noti come il nome di “banconote”) è come se in una transazione fosse stato scambiato oro: colui che riceveva questo certificato monetario sapeva che esso – qualora la società emittente avesse buona reputazione –  rappresentava una quantità di oro effettivamente esistente. Ad un certo punto, però, le banche cominciarono a scoprire che se avessero prestato una parte dei soldi che i depositanti avevano presso di loro depositato avrebbero incrementato (e di molto) le entrate derivanti da questa curiosa attività che – giuridicamente – si configurerebbe nel migliore dei casi come appropriazione indebita, nel peggiore come vero e proprio furto. Ciò accadde soprattutto quando gli orafi si resero conto che non tutti i clienti richiedevano indietro tutto l’oro, ossia notano che non avviene mai che tutti i depositanti ritirino contemporaneamente tutto l’oro depositato; inoltre, se vi sono dei prelievi si verificano però anche dei conferimenti (legge dei grandi numeri). Inoltre, ci si rende conto che per poter essere veramente ricchi (e far pagare il costo a qualcun altro) un metodo molto interessante è quello di avviare il proprio business alla produzione di denaro. Constatato ciò, le banche, per perseguire detti obiettivi, decidono di prestare parte della moneta depositata, guadagnando così l’interesse sul prestito. Per poter profittare, dunque, tali istituti confondono l’attività di deposito con l’attività di credito. Si afferma, quindi, il primo sistema bancario a riserva frazionaria; ossia un sistema in cui solo una parte dei depositi viene tenuta nella disponibilità del cliente mentre il resto viene prestato. Come possono le banche fare ciò? Dopotutto, non possono stampare oro. Sicuramente l’oro non è stampabile, ma lo sono le note di credito. Le banche, cioè, possono a)cominciare a prestare una parte di oro depositato o b)stampare  più note di credito di quanto oro ci fosse nelle loro riserve. In entrambi i casi, l’oro che funge da riserva dei certificati (banconote) che circolano copre meno del 100% delle banconote. Il trucco funziona più o meno così: l’individuo “A” deposita un milione di unità monetarie in oro nella Banca “X”, supponendo che il coefficiente di riserva obbligatoria sia il 10%, la Banca “X” terrà diecimila unità monetarie in oro di riserva e potrà prestare ad altri (poniamo a “B”) i rimanenti 900.000. In questo modo la Banca “X” crea denaro (per la precisione 900.000 euro) dal nulla. Infatti i 100 soldi sono rimasti a disposizione di “A” e quindi costui può spenderli a sua discrezione. Tuttavia, la Banca “X” ha prestato i restanti 900.000 soldi a “B”: quindi 900.000 di quei 1.000.000 di soldi sono nello stesso tempo, a disposizione di “B”; un po’ come se io mettessi due ipoteche sulla stessa casa. Tutto questo potrebbe andare bene per un periodo di tempo, anche abbastanza lungo. Tuttavia, se  per qualsiasi ragione “A” volesse ritirare in oro  il suo milione, la Banca “X” potrebbe restituirgliene solo un decimo; questo perché i prestiti hanno bisogno di tempo per rientrare del tutto, mentre il deposito a vista viene richiesto ora: nelle banche dunque viene violata una regola di sana contabilità rispettata in ogni altro settore: in un’impresa la struttura temporale degli attivi (asset) non deve essere più lunga della struttura temporale del passivo; cioè i crediti devono rientrare prima dei debiti equivalenti, o comunque alla scadenza di un debito vi deve essere un attivo equivalente per farvi fronte. Nel momento in cui essa presta a “B” il denaro che “A” ha depositato presso di essa, la Banca “X” diventa quindi insolvente: non essendo le riserve sufficienti, la banca non può onorare la sua obbligazione di depositario e quindi fallisce. Tutto ciò diventa molto, molto più probabile che le banche, come tutte le altre aziende, hanno un solo modo per aumentare la domanda per i propri prestiti: abbassare i tassi di interesse ossia il costo che il debitore deve pagare alla banca. Il problema è che così facendo, ossia rendendo il credito accessibile a tutti, si elimina – come ben descritto in uno stralcio di un articolo

“la capacità del mercato di premiare le idee buone e punire le idee che non funzionano”.

Quando il fatto che si è esteso eccessivamente il credito a soggetti ad alto rischio diviene palese, ossia quando falliscono o vengono liquidati i progetti finanziati dalle banche con la riserva frazionaria, si producono due serie di effetti: da un lato i depositanti – perdendo fiducia nella loro banca – sono desiderosi di ritirare i loro depositi, mentre dall’altro la crisi rende inesigibili (o deteriorati) una grande quantità di crediti che le banche hanno e che sarebbero dovuti servire per “ricoprire” i depositi. A questo punto, a causa del verificarsi di questa serie di effetti, la strada che il sistema bancario può intraprendere è una sola: il fallimento, con grave pregiudizio economico di tutti coloro che avevano affidato agli istituti di credito i loro sudati risparmi, tanto operatori economici consumatori quanto – ancor di più – gli imprenditori con posti di lavoro annessi e connessi.

L’argomento crediti inesigibili/deteriorati è – quindi – parte integrante per capire lo stato di salute delle banche e per comprendere a pieno il motivo per cui le crisi economiche e bancarie siano intimamente connesse. Quindi, come siamo messi a scheletri nell’armadio nelle nostre lande? Innanzitutto, prendiamo delle definizioni ufficiali degli stessi, allo scopo di avere un common ground su cui operare in modo semplice e veloce. La Banca d’Italia definisce[2] “crediti deteriorati” in tre modi diversi:

  • Le sofferenze sono esposizioni verso soggetti in stato di insolvenza o in situazioni sostanzialmente equiparabili.
  • Le inadempienze probabili sono esposizioni (diverse da quelle classificate tra le sofferenze) per le quali la banca valuta improbabile, senza il ricorso ad azioni quali l’escussione delle garanzie, che il debitore adempia integralmente alle sue obbligazioni contrattuali.
  • Le esposizioni scadute e/o sconfinanti deteriorate sono esposizioni (diverse da quelle classificate tra le sofferenze o le inadempienze probabili) che sono scadute o eccedono i limiti di affidamento da oltre 90 giorni e oltre una predefinita soglia di rilevanza.

La posizione delle banche commerciali europee in generale è, per usare una similitudine banale ma allo stesso tempo molto efficace, come quella dell’elefante della filastrocca per bambini che “si dondolava/sopra il filo di una ragnatela”. In effetti, anni di credito a basso costo portato avanti dalle politiche di tassi nulli – e, più di recente, negativi – ha fatto sì che queste, invece di trasferire risorse al sistema economico reale, abbiano investito nei mercati finanziari che dati i fondamentali alla base degli stessi hanno tutta l’aria di diventare una fonte di probabile contrazione dell’offerta monetaria. In effetti, se ci pensiamo molto bene, in un mercato finanziario privo di interventi governativi ogni titolo azionario riflette l’andamento dei dividendi futuri attesi e che quindi rispecchia lo stato patrimoniale (corrente e futuro) della società. Ma se le società stanno palesemente andando incontro a seri problemi di liquidità (tanto che gli stessi Powell e Lagarde si sono dovuti impegnare in una decisa mai vista prima), come possiamo pensare che il mercato azionario attuale – drogato dalle iniezioni monetarie della FED e della BCE – rifletta le condizioni dell’economia reale? Pensarlo è una palese assurdità. Attività il cui prezzo è artificialmente drogato e che quando i rubinetti del denaro dell’Eccles Building e dell’Eurotower si chiuderanno (se si chiuderanno) saranno destinate a perdere di valore, lasciando le banche con attivi svalutati nei loro bilanci con i quali non possono far fronte alle loro obbligazioni verso i depositanti. I NPL, quindi, sono una minaccia non specificatamente italiana ma (anche) europea e trattando la situazione italiana vedremo un’ulteriore ragione per convincersene.

Che dire, quindi, degli NPL tricolore? La storia dei NPLs italiani comincia dopo la crisi finanziaria del 2008, la quale – tra le molte conseguenze – ha avuto le crescenti difficoltà che le imprese, soprattutto di piccola dimensione, e le famiglie hanno avuto nel far fronte ai debiti contratti negli anni precedenti la crisi. Come riporta un articolo su “La voce”, infatti, stando ai dati relativi a gennaio 2013 le sofferenze, al lordo delle svalutazioni e dei passaggi a perdita eventualmente effettuati, ammontavano all’epoca ad oltre 125 miliardi di euro, in crescita del 17 per cento rispetto a un anno prima (circa 20 miliardi in più in valore assoluto) rispetto all’anno di riferimento (2013). Questo viene illustrato in maniera molto chiara in questo grafico:

Il grafico riportato precedentemente è stato ottenuto da un’elaborazione del CER (Centro Europa Ricerche) sui dati dell’osservatorio Avantage Reply, il quale raccoglie i dati di bilancio di una ventina di gruppi bancari italiani che rappresentano – in aggregato – circa l’80% del totale del credito erogato. Si vede molto bene che dal primo trimestre del 2009 al terzo trimestre del 2012, l’incidenza dei crediti deteriorati è raddoppiata per tutte le tipologie di crediti deteriorati, sia per quanto riguarda le sofferenze, sia per quanto riguarda gli incagli, sia per quanto riguarda i crediti ristrutturati e quello scaduti. Tutto questo, come lo stesso articolo mostra nel grafico seguente, con le logiche conseguenze di contrazione del credito verso gli operatori economici.

Come lo stesso articolo mostra, in questo periodo di analisi considerato,

“ Per evidenziare la relazione tra qualità del credito e sua dinamica è utile distinguere il campione di banche esaminato in tre diverse categorie:

  • gruppi maggiori che, per tutto il periodo di tempo considerato, hanno adottato modelli di valutazione interna del rischio di credito (Internal Ratings Based, o Irb);

  • i gruppi grandi che non hanno adottato i modelli Irb per tutto il periodo considerato;

  • i gruppi medio-piccoli che non hanno adottato i modelli Irb.

Dal grafico si rileva come per le banche di grandi dimensioni la relazione tra crediti deteriorati e crescita degli impieghi sia negativa e statisticamente significativa, mentre per le altre due categorie di banche la relazione, seppur positiva, non risulta essere robusta da un punto di vista statistico. In altri termini, all’aumentare dell’incidenza dei crediti in stato di patologia, più o meno grave, queste banche hanno reagito, nel periodo considerato, riducendo l’erogazione di finanziamenti”.

Come commenta molto lucidamente l’articolo,

“Una possibile spiegazione di questa diversa reazione può essere ricercata, da un lato, nella differente dotazione di capitale tra le tipologie di banche considerate: se i gruppi maggiori hanno infatti evidenziato un Tier1 ratio, nel periodo compreso tra l’inizio del 2009 e il terzo trimestre del 2012, pari in media al 9,4 per cento, ottenuto anche grazie al minor assorbimento di capitale derivante dal semplice utilizzo dei modelli Irb, i gruppi grandi non Irb si sono fermati all’8,2 per cento. Rispetto ai gruppi medio-piccoli il divario di capitale è invece meno marcato (Tier1 ratio medio dell’8,4 per cento), ma quest’ultima tipologia di banca, avendo un potenziale impatto sistemico ben più contenuto data la ridotta dimensione, risulta essere meno pressato dalla vigilanza bancaria nazionale ed europea”.

La storia dei NPL non si ferma – però – nel 2012. Infatti, se prendiamo i dati dei NPL tra il 2013 3 il 2015, vediamo come questi hanno raggiunto proprio nel 2015 il loro picco.

Come riporta un articolo del Sole 24 Ore sul tema, infatti:

“Il grafico mostra la crescita delle sofferenze bancarie, sia lorde che nette. Queste ultime sono passate da 64.196 milioni di euro del marzo 2013 a 80.912 dello stesso mese di quest’anno. Parimenti la percentuale di queste sugli impieghi è cresciuta nel medesimo periodo dal 3.36% al 4.42%2″.

Nel 2015, al picco della crisi, gli Npl in Italia ammontavano a circa 341 miliardi di euro. Nel 2016, a seguito delle soluzioni cui volenti o nolenti sono state costrette le banche dal regolatore, poco cambiò: in quell’anno si è verificata una riduzione di appena 16 miliardi e le sofferenze rimasero praticamente invariate); nello stesso anno, i portafogli ceduti ebbero appena il valore di 17 miliardi. Il 2017 rappresenta l’anno della “svolta”. Se le nel 2015 le banche italiane hanno ceduto ad altri un ammontare di Npl pari a 17,3 miliardi (che sono saliti a quota 36 miliardi nel 2016); già nei primi mesi del 2017 le banche italiane stavano trattando per liberarsi di altri 39,7 miliardi di crediti inesigibili. Questo viene illustrato in modo abbastanza chiaro da questo grafico

A fine 2017 sono stati 72 i miliardi di portafogli Npl ceduti, quindi si è potuto parlare di un piccolo risanamento, con un calo dei crediti inesigibili sul totale pari al 14,5% nel 2017, un 3% in meno rispetto a dicembre 2016, grazie alla summenzionata cessione di crediti da parte di Unicredit o delle banche venete. Nonostante questo, nel 2017 eravamo secondi per Default rate (proporzione di debitori che non riescono a pagare tutto o parte del proprio debito sul totale dei creditori) in Europa(11,44, dopo la Grecia); un dato che comunque doveva essere tenuto in considerazione. Nel 2018 e nel 2019 si verifica una sostanziale riduzione dei NPL, tanto che come illustra PWC Italia:

“Le banche italiane, in risposta a pressioni provenienti tanto dal legislatore quanto dai mercati, hanno di fatto dimezzato lo stock di ‘non performing loans’ da 135 bilioni di euro a nel 2019 contro i 314 del 2015; ed allo stesso tempo hanno rimesso in sesto la loro piattaforma dei restanti Non Performing Loans ed implementato una nuova struttura organizzativa; in maniera tale che – nella prossima crisi – esse possano gestire il problema dei Non Performing Loans con maggiore resilienza”[3].

Cosa è successo? Come mai questo improvviso miglioramento? Forse i banchieri italiani sono stati folgorati sulla via di Damasco? Sicuramente no: come vedremo, al contrario, non hanno fatto altro che scaricare i loro NPLs dal loro bilancio a quello della BCE tramite il sistema dei pagamenti denominato TARGET 2 e grazie alla cosiddetta regola della “Capital Key”. TAREGT2 è il sistema di pagamento dell’eurosistema mediante il quale le istituzioni di credito (banche centrali e commerciali) possono trasferirsi tra di loro moneta in tempo reale. Ad esempio, quando un cittadino “A” in Italia acquista una macchina francese dal produttore “B”, egli non deve far altro che andare dalla sua banca in Italia “X”, la quale passa per la Banca d’Italia che – a sua volta – rigira la somma alla Banca Centrale francese che – infine – accredita la somma sul conto corrente nella banca commerciale del soggetto “B”. Insomma, in teoria TARGET2 è il sistema di canali, vene, arterie e capillari con il quale il liquido che mette in moto l’economia (la moneta, in questo caso, gli euro) fluisce verso il posto giusto, al momento giusto. Tutto molto bello, vero? Non proprio.

Il fatto è che il sistema TARGET2 non viene utilizzato solo nelle transazioni tra due privati cittadini ma anche e soprattutto tra banche commerciali e banche centrali di paesi diversi. Se vediamo come sono messe le cose, come ci mostra il grafico seguente, un mondo si apre ai nostri occhi:

Quello che vediamo è un sempre maggiore squilibrio nei regolamenti che vengono posti in essere tra le diverse banche centrali dei paesi UE inclusa la “banca delle banche” (la BCE, con un deficit di circa 145 milioni). È chiaro che se abbiamo compreso in maniera corretta come funziona il sistema TARGET2 tali squilibri non dovrebbero esistere, dal momento che quello che entra da una parte esce dall’altra e viceversa come in un sistema di vasi comunicanti. Cosa significa che una banca centrale è in deficit rispetto alle altre? Basicamente, che ha trasferito soldi alle banche commerciali per coprire dei loro “buchi” (leggi, crediti deteriorati) invece di svolgere il tradizionale ruolo di “oliatore” del sistema. Dal punto di vista delle singole banche centrali nazionali, tutti questi prestiti sono degli asset, perché le banche commerciali quei soldi dovranno restituirli; al contrario – dal punto di vista della BCE questi prestiti sono delle liabilities. Si capisce molto bene, quindi, che se qualcosa va storto con il prestito delle banche commerciali, gli effetti si ripercuotono tanto nelle banche centrali nazionali  quanto nella BCE. Se crolla l’attività dell’impresa cui la banca commerciale nazionale ha erogato un prestito, un effetto a catena si dipana nel sistema europeo mediante la banca centrale nazionale e il sistema TARGET2 (e quindi anche alle altre banche centrali nazionali europee), per arrivare poi sino alla BCE stessa.  La misura in cui tutto ciò accade viene determinato da quella che è conosciuta come “capital key rule”. Immaginiamo la BCE come una grande società di capitali, in cui il capitale sociale viene sottoscritto dalle diverse banche centrali nazionali in cui la “capital key” è la quota, la misura in cui una banca centrale nazionale partecipa al quello della BCE: se la BCE fa bene il suo lavoro partecipano agli “utili” nella misura dettata dalla “Capital Key”, se le cose vanno male, le perdite vengono sopportate nella stessa misura. In teoria, quindi, è nell’interesse di tutte le banche centrali nazionali far sì che vi sia una corretta valutazione delle attività delle banche commerciali: se l’autorità di regolazione bancaria del singolo paese credesse che i prestiti siano poco affidabili, quella delle perdite diventerebbe una questione di rilevante importanza; così come – allo stesso modo – una maggiore sicurezza di questi crediti null’altro farebbe che rendere i prestiti idonei alle operazioni di rifinanziamento delle singole banche centrali nazionali verso le loro rispettive banche commerciali nazionali. Queste, quindi, possono utilizzare i prestiti che concedono come garanzia collaterale per i prestiti che richiedono alle banche centrali nazionali, le quali trasferiscono il rischio sulla BCE in base alla regola della Capital Key. Diviene molto chiaro, quindi, che il giochino delle tre carte messo in piedi dal sistema europeo delle banche centrali si regge sul filo di lana: basta che un numero elevato di banche commerciali in una nazione (oppure poche, significative banche di grandi dimensioni – le cosiddette GSIB –) diventino insolventi e si scatena un effetto domino prima sulle singole banche centrali nazionali e poi sulla BCE. In questo senso, quindi, il sistema TARGET2 funziona come un “grande armadio” in cui gli istituti di credito delle nazioni più “problematiche” in termini di NPL possono non solo nascondere i loro giochetti contabili poco chiari ma – anche e soprattutto – possono scaricare gli effetti della loro irresponsabilità verso soggetti terzi che poco o nulla hanno a che fare con loro. Potendo scaricare tali effetti negativi verso soggetti terzi, è abbastanza evidente che esiste una struttura di incentivi molto accattivante affinché le banche possono scaricare i loro NPL mediante il sistema TARGET2. Insomma, l’intero sistema bancario europeo si trova nella condizione che si chiama “tragedia dei beni comuni”, in cui la mancanza di diritti di proprietà ben definiti conduce al sovrasfruttamento e poi alla totale dissipazione di una risorsa: in questo caso, la risorsa dissipata sono i nostri (sudati) soldi.

L’armadio, però, sta per essere scoperto. Il “grande pulitore” di questa volta si chiama COVID-19, il quale ha portato alla luce dei grandi scheletri (quelli dello Smithsonian, come dicevo in apertura) soprattutto nei paesi più “deboli” come l’Italia, in cui durante i mesi “duri” del lockdown (marzo ed aprile) si è sperimentato un calo del 50% fatturato pari al 40% delle imprese; un fatto – questo – che ha impattato negativamente sull’ammontare medio dei recuperi lordi per un minimo del 15% ad un massimo del 70% rispetto ai sei mesi precedenti.Questa massa di crediti deteriorati non aspetta altro che un’occasione per venir fuori; tuttavia, come dimostra un articolo sul Sole24Ore, le moratorie alle imprese contenute nei decreti “Cura Italia” e “Liquidità”(che sono garantite al 30% dallo Stato) hanno ammassato 160 miliardi di sospensione delle rate dei prestiti che, alla luce di una quasi inevitabile trasformazione da forbearance a forbone (ossia crediti che senza modifiche ai contratti dovute a problematicità verrebbero come NPL) dondolano come una pesante e tagliente spada di Damocle sui bilanci bancari. Questi crediti, infatti, sono artificialmente tenuti in vita da moratorie garantite dallo Stato, per cui un ulteriore prolungamento delle moratorie li tiene a galla. Il giochino, però, non può essere mandato avanti all’infinito perché ogni volta che la scadenza delle moratorie viene allungata, lo Stato deve utilizzare dei fondi pubblici ed in sei mesi sono stati già utilizzati 160 miliardi (1,7 miliardi al mese): continuare così diventerebbe insostenibile per le casse pubbliche. Tutto questo si riflette in un costo del rischio medio per le banche italiane di 140-150 punti-base nel 2020 e nel 2021, con delle perdite nei prossimi tre anni che ammontano a 55 miliardi (15 dei quali sono gli scheletri nell’armadio che si portano dietro dagli anni precedenti); e sebbene l’ennesimo intervento della BCE abbia reso più stabile l’accesso al funding all’ingrosso, il merito di credito sui titoli di Stato italiani (largamente detenuti nella pancia delle nostre aziende di credito) non è destinato ad essere poi così buono, viste le politiche assistenzialistiche e non orientate all’effettuare delle politiche strutturali di riforma del sistema-Italia.

Insomma, nonostante la strategia di “nascondere sotto il tappeto” la propria polvere, alla fine l’armadio sta per aprirsi, gli scheletri stanno uscendo. Ancora una volta, come e più nel 2008, si tratterà di una “danse macabre” per i soggetti risparmiatori, veri produttori di ricchezza.

 

[1] Come riporta il Digesto (16,3,25,1), il Corpus Iuris Civlis stabiliva che nel caso in cui il depositario non potesse consegnare immediatamente il deposito , oltre all’atto di furto per appropriazione indebita, iniziavano a maturare gli interessi di mora a favore del depositante; come riportato in J.H. De Soto; “Moneta, Credito bancario e cicli economici”; p.82.

[2] https://www.bancaditalia.it/media/views/2017/npl/index.html?com.dotmarketing.htmlpage.language=102

[3] Si veda: pwc.com/it/it/publications/npl-market.html

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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