C’è un concetto in biologia chiamato “evoluzionismo” formulato per la prima volta da Charles Darwin, padre della moderna biologia. Biologo, naturalista, antropologo, geologo ed esploratore britannico, Darwin è passato alla storia per aver formulato la teoria dell’evoluzione delle specie animali e vegetali per selezione naturale, riassumibile con la formula – pronunciata dallo stesso Darwin – secondo cui: non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento. È un concetto – questo – vero non solo per gli organismi biologici, ma anche e soprattutto per le idee; pensiamoci un attimo, infatti: prima di essere giunti alla sua forma attuale, ogni idea (sia essa scientifica, politica ed economica) ha subito un processo di evoluzione che – nel corso del tempo – ha fatto sì che quella determinata idea abbia raggiunto lo stato in cui adesso si trova. È successo così per qualsiasi materia, dalla filosofia, alla scienza, alla tecnologia ed anche per l’economia. Non si tratta di uno “snaturamento” dell’idea quanto – piuttosto – di un adattamento della stessa al contesto in cui essa si trova ad esistere e circolare. Quella che sembra essere una premessa alquanto ovvia è, a mio avviso, la base necessaria per comprendere quello che sto per scrivere in relazione alla Scuola Austriaca ed alla direzione che – a mio avviso – deve prendere per essere considerata non più una ideologia per eterodossi – o per “stregoni” (come qualcuno l’ha chiamata in molte occasioni) – ma una scuola economica a tutti gli effetti, che abbia una sua dignità accademica e non solo.

L’argomento che distingue la Scuola Austriaca dalle altre scuole economiche (anche di libero mercato, come la scuola neoclassica o quella di Chicago) è l’indagine delle fluttuazioni cicliche, per cui in questo articolo cercherò di parlare di questo argomento da un punto di vista “austriaco”, evidenziandone i punti salienti, i punti di forza e di debolezza ed alcune considerazioni di contorno che mi permetteranno di agganciare l’argomento principale dell’articolo. La teoria austriaca del ciclo economico è – nei suoi fondamenti – una teoria del sovrainvestimento dovuto ad una diminuzione artificiosa dei tassi di interesse; dove per “artificiosa” intendo una riduzione del tasso di interesse non dovuta ad un aumento del risparmio all’interno di un dato sistema economico. Una riduzione del tasso di interesse provoca l’aumento in progressione dei prezzi dei beni di investimento, fatto che induce gli imprenditori ad investire in questi beni per cui – tuttavia – non esiste un risparmio reale per sostenere l’investimento in essi: difatti, una diminuzione del tasso di interesse aumenta anche l’incentivo ai consumi i quali tolgono risorse agli investimenti. A questo punto si verifica una serie di eventi: in primo luogo, aumentati i prezzi dei beni capitali, aumentano i prezzi dei fattori produttivi specificatamente specializzati nella produzione di tali beni e – da ultimo – aumentano i prezzi dei beni di consumo (in primo luogo perché la domanda per questi beni non è diminuita dal momento che sono aumentati i redditi dei fattori produttivi, in secondo luogo perché il maggior investimento ha dirottato risorse dalla produzione di questi beni alla produzione di beni capitali, producendo una “scarsità” di beni di consumo rispetto alla domanda per gli stessi). Dal momento che il salario reale è diminuito, gli imprenditori nelle fasi finali della struttura produttiva e quelli nelle fasi intermedie troveranno meno conveniente impiegare il capitale rispetto al lavoro. Sembra l’albero della cuccagna: i prezzi aumentano e quindi i redditi di tutti aumentano, è quella che Keynes chiama “piena occupazione”. nelle fasi intermedie aumentano i costi di produzione, in primo luogo perché le imprese – per attrarre nuovi lavoratori nei loro settori – devono offrire salari nominali più alti di quelli offerti nelle industrie di beni di consumo –; e in secondo luogo perché esse – impiegando più lavoratori e trovandosi a sostenere una maggiore domanda da parte delle industrie dei beni di consumo – consumano i loro macchinari abbassandone il valore e quindi diminuendo i loro attivi. Quello che da Hayek viene chiamato “effetto Ricardo”, quindi, ha un’importanza decisiva: l’aumento dei prezzi dei beni di consumo ed il conseguente calo dei salari reali farà sì che il tasso di profitto nelle industrie dei beni di consumo si alzerà progressivamente; una dinamica – questa – che produce due effetti: da un lato causerà una tendenza ad impiegare più lavoro e meno capitale (oppure tenderà a far impiegare più lavoro con il capitale ì che già esistente), mentre dall’altro farà sì che nella misura in cui viene installato del nuovo capitale immobilizzato, esso sarà di un tipo meno costoso e durevole a causa dei salari reali più bassi (dal momento che, se è vero che converrà fare macchine più durevoli solo se l’ultimo investimento aggiuntivo effettuato per espandere la vita utile della macchina darà lo stesso tasso di rendimento annuale ottenibile dall’impiego diretto di lavoro, una caduta dei salari reali renderà più conveniente fornire gli stessi servizi con una macchina meno durevole). Questo causa una riduzione dei prezzi nelle industrie che producono i beni capitali di più alto ordine, ma fino a quando l’inflazione farà aumentare i prezzi più velocemente dei costi, stimolerà la crescita dell’economia, nuove imprese ed occupazione. Dunque, soprattutto nelle imprese delle fasi intermedie si verifica un caso di inflazione da costi, consistente in una crescita dei prezzi causata da una crescita dei costi dei fattori di produzione (materie prime, lavoro, ecc.). Ma questa “piena occupazione” per durare non richiede solo una inflazione continuata ma anche crescente. Perché, come visto, il giochetto ha un effetto benefico immediato solo fino a quando la sua grandezza non può essere correttamente prevista. Ma quando continua per un certo tempo, se i prezzi si sono alzati per un certo periodo di un certo tasso annuo, diventa abitudine aspettarsi che lo stesso avvenga per il futuro. Infatti, l’aspettativa che l’inflazione aumenti spesso porta ad un aumento dell’inflazione. In primo luogo perché se i creditori si aspettano un aumento di un certo tasso di inflazione dei prezzi in un anno, chiederanno che tale rialzo sia aggiunto al tasso di interesse pagato loro affinché conservino il potere d’acquisto del loro investimento; inoltre tutte le società saranno forzate ad offrire un tasso lordo di rendimento corrispondentemente aumentato per attrarre nuovi investimenti, perfino patrimoni netti. Inoltre, se c’è un aumento programmato del prezzo, i sindacati aggiungeranno il totale atteso di questo rialzo a qualsiasi richiesta salariale che avrebbero comunque sostenuto: i lavoratori e i datori di lavoro di solito non sono concordi nel definire il valore dei salari reali. Invece, i lavoratori cercano di proteggere i loro salari reali dal calo in risposta all’inflazione (o per raggiungere un salario reale obiettivo) spingendo per salari monetari (nominali) più elevati. Pertanto, se si aspettano un’inflazione dei prezzi – o hanno sperimentato l’inflazione dei prezzi in passato – spingono per salari nominali più elevati. Se hanno successo, ciò aumenta i costi che i loro datori di lavoro devono far fronte. Per proteggere il valore reale dei loro profitti (o per raggiungere un tasso di profitto o un tasso di rendimento obiettivo sull’investimento), i datori di lavoro passano i costi più elevati ai consumatori sotto forma di prezzi più elevati. Ciò incoraggia i lavoratori a spingere per salari nominali più elevati perché questi aumenti dei prezzi aumentano il loro costo della vita; così il ciclo inflazionistico si rafforza.‎ Quindi si verifica la seguente situazione: con lo stesso ammontare di risorse, i consumatori vogliono consumare e allo stesso tempo gli imprenditori vogliono investire con la stesso ammontare di risorse. Questo “tiro alla fune” inflazionistico, tuttavia, non può durare a lungo: una delle due parti (imprenditori che hanno investito a lungo e consumatori che vogliono consumare ora) deve cedere e quando la corda si spezza accade il botto. Poiché la quantità di risparmio reale non è aumentata, e poiché vi sono stati dei cambiamenti nei prezzi relativi di lavoro e capitale, il sistema economico è completamente disarticolato: da una parte le industrie dei beni capitali e dei beni intermedi hanno prodotto dei beni che non sono richiesti (perché non vi sono le risorse sufficienti per domandarli e perché non è conveniente impiegare capitale rispetto al lavoro dato il minore salario reale), dall’altro vi è una sempre maggiore domanda presente per beni di consumo, che viene spinta sempre più in alto con il procedere dell’inflazione. Alla fine, i desideri dei consumatori (che con le loro azioni hanno dimostrato di voler consumare ora i beni che gli imprenditori sono in grado di fornirgli solo poi) prevalgono sui calcoli degli imprenditori falsati dall’inflazione e tutto questo si traduce in un eccesso di beni capitali rispetto ai beni di consumo (perché delle risorse sono state sottratte alla loro produzione – e quindi i beni di consumo sono scarsi rispetto ai beni di investimento – e perché è aumentata la quantità di moneta in circolazione). Alle nuove condizioni, le banche centrali devono restringere l’offerta di moneta per evitare il completo collasso del sistema monetario: questo comporta un rialzo dei tassi e gli imprenditori scoprono ora che il valore dei beni capitali precedentemente acquistati è sceso. La contrazione dell’offerta di moneta ha fatto sì che le attività più lontane dai beni di consumo (che erano state avviate nella fase di boom) apparissero meno redditizie, in funzione del fatto che a) aumenta il tasso di interesse sui prestiti e questo rende costoso continuare gli investimenti avviati nella fase di espansione; b) se non aumenta il tasso di interesse (o se aumenta in maniera non incisiva) aumenta il tasso di profitto nelle industrie di beni di consumo, dunque si riduce la domanda per i beni intermedi e capitali prodotti e questo (assieme alla maggior convenienza di impiegare più lavoro e meno capitale dovuta alla caduta dei salari reali da un lato e dal ricarico sul prezzo che le imprese produttrici di questi beni devono – per far fronte ai maggiori costi – apporre) fa contrarre i ricavi delle imprese nelle fasi medio-alte della struttura produttiva; e che c) nel momento in cui i prezzi raggiungono livelli alti i tassi si alzano ancora di più e a questo punto gli imprenditori cominciano a non poter sostenere i nuovi tassi più alti, si contrae l’offerta di moneta (bancaria): questo fa sì che a livello contabile i costi storici dei beni capitali acquistati in questa fase sono stati contabilizzati con una unità monetaria il cui potere d’acquisto era minore mentre le entrate sono state contabilizzate con una unità monetaria con un potere d’acquisto più alto: questa differenza contabile (negativa) ha mostrato loro che hanno giudicato profittevole ex ante non lo è ex post; è la crisi. Dato che l’offerta aggregata reale di risparmio e di lavoro è rimasta sempre la stessa, i salari reali sono diminuiti e quindi viene incentivata l’occupazione di lavoratori invece che di macchinari e – inoltre – mancano le risorse per realizzare i beni intermedi necessari e quindi per completare gli investimenti avviati durante il boom: questi ultimi rimangono incompleti e quelli che sono stati completati sono ora praticamente senza valore, dal momento che non esiste più una domanda per essi. L’intera economia, per richiamare un famoso esempio di Mises, si trova nella scomoda posizione di un carpentiere che ha iniziato a costruire una casa ma gli mancano le assi, i chiodi ed i mattoni per completarla.

Attualmente, Si noti che – a differenza dei modelli di equilibrio economico generale – nella teoria austriaca del ciclo economico non si cerca di dare contezza di generiche variazioni delle variabili endogene generate da variazioni nei dati esogeni: tali variazioni generano delle posizioni di disequilibrio, ma sono perfettamente spiegate all’interno del framework teorico dell’Equilibrio Economico Generale di Walras, e conducono ad una nuova posizione di equilibrio. Come anche molti austriaci (anche non Hayekiani, vedi Rothbard) sostengono, le fluttuazioni dei dati fondamentali (gusti, tecnologia, produzione) che generano dei diversi andamenti nei settori economici sono delle normalissime cose che possono essere spiegate molto bene dai modelli walrasiani di Equilibrio Economico Generale.

La teoria del ciclo economico, invece, mira a spiegare il motivo per cui si generano dei fenomeni in cui vi è una fase di ascesa (boom) caratterizzata e una di discesa (bust) caratterizzata da un’esplosione di errori (che si concretizza – per gli austriaci – in una eccessiva produzione di beni capitali rispetto al risparmio reale all’interno di un sistema economico). Attualmente quella austriaca è la spiegazione delle fluttuazioni cicliche che, a mio avviso, rappresenta meglio la realtà; tuttavia ritengo che ci siano alcune criticità nella stessa che devono essere superate dai teorici della Scuola in oggetto se si vuole che la teoria del ciclo sia valida. Come Monsurrò evidenzia, infatti,

“L’approccio austriaco tipico parte da una considerazione secondo me vera, e poi salta troppo presto alle conclusioni. La considerazione vera è che i modelli standard (quelli da libro di testo) di economia monetaria non sono adeguati perlo studio del loro soggetto: se si assumono mercati completi, prezzi flessibili, aspettative razionali, ed equilibrio walrasiano, di fatto si sta dicendo che la moneta è superflua, e che non c’è motivo per detenerla. Essendo superflua, è abbastanza naturale che sia anche neutrale o quasi. Insomma, questi modelli non aiutano a studiare come la moneta influenzi il processo economico, perché le loro stesse ipotesi escludono che la moneta serva a qualcosa (già solo giustificare l’esistenza della moneta richiede ipotesi ad hoc): questo problema è inerente alla teoria dell’equilibrio generale, a meno di non introdurre frizioni apposite (come nei modelli neo-keynesiani). Per provare a dare un’idea della visione alternativa austriaca, ho scritto questo paragrafo, che è così conciso che forse genererà più confusione che informazione. Gli agenti economici austriaci non conoscono tutto ciò che serve per raggiungere l’equilibrio generale, ma si avvicinano all’equilibrio generale in maniera non-walrasiana, cioè effettuando scambi prima che i prezzi finali si siano formati (i.e., scambiando “at false prices”). Attraverso questo processo, si genera il sistema dei prezzi, che è la guida necessaria per prendere decisioni “informate”, rendendo possibile il calcolo di profitti e perdite. C’è cioè un feedback tra l’attività imprenditoriale, che ingloba le nuove informazioni nel sistema dei prezzi, e quest’ultimo, che funge da guida per la prima. In questo modello in cui gli scambi sono parte del processo che dovrebbe portare all’equilibrio, e non sono successivi all’instaurazione di questo, e in cui la moneta ha un ruolo chiave nel permettere la coordinazione tra gli agenti (permettendo la formazione dei prezzi e il calcolo dei profitti), ovviamente gli shock monetari non possono essere neutrali, perché la moneta sarebbe tale solo se gli agenti fossero così razionali e onniscienti da poterne fare a meno, cosa che va contro l’ipotesi di partenza (qui c’è un breve testo di Mises sulla non-neutralità monetaria, che parte proprio da queste ipotesi). Un’altra conseguenza è che gli agenti non possono essere così razionali da formare aspettative razionali: hanno limitazioni cognitive che impediscono di comprendere la struttura di tutto il sistema economico in cui vivono, e devono limitarsi ad “algoritmi di massimizzazione” più euristici e locali. C’è una stickiness nelle aspettative e nell’apprendimento legata al fatto che di fronte ad un problema nuovo non si conosce subito “la soluzione ottima”, ma la nuova informazione deve diffondersi nei vari mercati attraverso processi di arbitraggio che richiedono tempo. La caratteristica più peculiare della “visione” austriaca consiste nell’analisi della coordinazione microeconomica in presenza di limitazioni – cognitive e informative – che impediscono un equilibrio immediato, come invece supposto dai “neoclassici” (per inciso: tutti i marginalisti sono neoclassici, anche gli austriaci: non sono neoclassici solo i marxiani, gli sraffiani e i post-keynesiani, al giorno d’oggi). Il problema è che questo argomento non è sufficiente a provare la tesi degli errori imprenditoriali orientati verso un eccesso di investimenti fissi. Se anche la moneta avesse un effetto maggiorato nel mondo reale rispetto ad un modello neoclassico standard, questo non è di per sé sufficiente a dimostrare che l’effetto vada nella direzione indicata dagli austriaci. Inoltre, questa linea di argomentazione richiede di ricominciare da Adamo ed Eva, eliminando la teoria dell’equilibrio generale, sostituendola con una teoria del processo di mercato al di fuori dell’equilibrio, e costruendo sopra quest’ultima una teoria monetaria alternativa.”

D’altra parte, come Monsurrò evidenzia più avanti,

Il trucco dovrebbe essere (uso il condizionale: sto descrivendo una teoria che non esiste ancora) che se la politica monetaria è redistributiva, allora gli agenti economici cercheranno di sfruttarla per ottenere profitti, e quindi si potrebbe dimostrare che espandere il credito ed investirlo è la strategia dominante per banche e imprese. Che il moral hazard abbia di questi effetti è fuori discussione, il problema è microfondarlo in modo da “forzare” gli agenti ad adottare proprio la strategia che gli austriaci finora hanno imputato agli “errori imprenditoriali” indotti dalle politiche monetarie. Per fare un esempio: se le imprese possono decidere tra un investimento rischioso A e un investimento sicuro B, il moral hazard renderà l’investimento A meno rischioso e quindi genererà profitti per chi investe in A; inoltre, l’aumento della produzione farà diminuire i prezzi finali, e aumentare quelli dei fattori di produzione, riducendo quindi i margini di profitto di B (sto immaginando che A e B siano due tecnologie che usano gli stessi input e producono lo stesso ouput, ma hanno diversi livelli di rischiosità). Insomma, con un po’ di lavoro, forse, si può dimostrare che l’investimento B è dominante su A in condizioni normali, ma diventa dominato da A in condizioni di credito facile. Una volta dimostrato che la politica monetaria ha (sufficienti) effetti redistributivi, e che agisce sui canali creditizi, il “moral hazard” (per gli austriaci “l’effetto Cantillon”) può diventare il motore teorico della non-neutralità monetaria. Il boom avviene perché la banca centrale genera moral hazard, le politiche anticicliche funzionano perché il mercato si dimentica (generando endogenamente ulteriore credito) dei problemi grazie al moral hazard, e il gioco finisce quando la banca centrale cambia politica (magari per via di pressioni inflazionistiche), oppure quando non è più in grado di generare effetti redistributivi sufficientemente forti da perpetuare gli investimenti “erronei”. In quest’ottica, gli investimenti non sarebbero più neanche erronei: il problema diventerebbe che gli incentivi individuali non sarebbero adeguati a generare risultati efficienti.

 

Inoltre, collegandomi a Monsurrò, ritengo che un grande limite della Scuola Austriaca sia la mancanza di un modello formale inserito all’interno di un contesto di equilibrio economico generale (come può esserlo – ad esempio – un modello DSGE in cui con appositi software che la tecnologia ci rende ora disponibili, si possa simulare una situazione per cui gli agenti hanno una razionalità limitata o una conoscenza imperfetta dello stato dell’economia e, quindi, formano le loro aspettative attraverso un processo di apprendimento; ed in cui – in termini di tipi di agenti – modelli risolti da questi software possono includere consumatori, imprese produttive, governi, autorità monetarie, investitori e intermediari finanziari che possono essere distinti – includendo un certo grado di eterogeneità – in diverse classi). Per ora, l’ostinato (ed ingiustificato, come ho detto in un altro articolo) rifiuto delle metodologie matematiche per dare robustezza teorica ed applicabilità empirica alla teoria del ciclo economico austriaca mina la credibilità della scuola stessa; un punto cui gli austriaci della nuova generazione devono assolutamente rispondere se vogliono (come spero che facciano, da sostenitore della Scuola) dare applicabilità pratica e credibilità teorica alle proposizioni da loro sostenute.

In conclusione, sebbene ritengo che l’approccio austriaco sia – a mio avviso – quello che sia più realistico (nel senso del rigetto di una teoria – quella walrasiana – che suppone informazione perfetta e completa degli agenti) vi è un enorme lavoro teorico che va ancora fatto, per trovare risposte più coerenti alle grandi questioni che la teoria austriaca si propone di rispondere. Ciò può essere fatto, a mio avviso, aprendo un dibattito serio non solo con le altre scuole (monetarista e nuova macroeconomia classica in primis) ma anche con gli autori del passato (come ad esempio Wicksell e la scuola di Stoccolma); un’evoluzione ed un’apertura al confronto verso gli altri, non chiusura e cieca ripetizione di proposizioni che – senza gli apporti delle altre scuole – sono destinate a rimanere una sorda voce nel mondo economico. Come gli organismi, insomma, anche con l’economia in generale e la scuola austriaca in particolare, vale il detto “Evolve or Die”.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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