di Aldo Colosimo

SETTIMO: NON RUBARE, A MENO CHE NON TU NON SIA LO STATO

(Lo statalismo si fa religione)

La fine di una religione millenaria e il suo decadimento in ideologia politica è pur sempre un fatto che suscita sconcerto e che non può lasciare indifferenti neppure in una prospettiva liberale, per le implicazioni di questo processo nei rapporti tra i membri di una comunità, non solo per la diffusa adesione delle persone a tale credo religioso, ma anche per le storiche interferenze tra credo religioso, autorità religiose e autorità statali, per la connaturata tendenza dei seguaci di una religione ad esercitare pressione affinché le loro regole morali vengano trasfuse in regole giuridiche, come tali suscettibili di applicazione coercitiva da parte dell’apparato statale anche nei confronti di chi non le condivide e non ne riconosce il valore morale.

Anche nella prospettiva del terzo agnostico, non c’è nulla di più deprimente e sconcertante che assistere alla scena di un pastore che fa sbandare il proprio gregge disorientato, indicandogli una direzione opposta a quella tenuta fino a poco tempo prima. E ciò nel tentativo sconcertante di piegare ad un’ideologia politica collettivista un credo religioso che pure ha avuto una grande importanza nell’affermazione della centralità dell’individuo anche contro lo stato. Per questo credo che la presa di posizione di ieri dell’attuale pontefice contro i cardini del liberalismo non possa essere ignorata ma, anzi, meriti molta attenzione.

Così, dopo duemila anni, siamo arrivati al punto in cui il discendente di San Pietro arriva ad affermare: «Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica. (…) La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata».

Quest’ultima frase è illuminante e lascia letteralmente basito chi ricorda la costituzione Gaudium et Spes di Paolo VI, del 7 dicembre 1965, con la quale si intendeva definire quale atteggiamento la Chiesa dovesse assumere verso il mondo e gli uomini. Ebbene, il quel documento l’allora discendente di San Pietro affermava il principio del primato dell’uomo, vale a dire la centralità del singolo rispetto allo Stato ed alle altre forme di organizzazione sociale. Un principio che, del resto, rispecchia molto bene l’atteggiamento di Cristo nel corso della sua vita terrena come è raccontata nei Vangeli.

Da tale impostazione, si diceva, scaturisce il principio che il benessere della persona permette e fa crescere quello dell’intera società e non il contrario. Quando l’uomo è asservito allo Stato, vede contrarsi significativamente la propria dignità, fino, in casi estremi, alla sua completa eliminazione, allorché gli vengano negati i diritti fondamentali, maxime la libertà, tra le quali quella religiosa.

Ebbene, ci interessa in particolare qui ciò che viene detto nella seconda parte della Gaudium et Spes, al capitolo III, si tratta, tra l’altro, di alcuni principi che regolano la vita economico-sociale, che offrono spunti di riflessione per la loro attualità. Al punto 71, nello specifico, si fa riferimento al dominio privato dei beni: “La proprietà privata o un qualche potere sui beni esterni assicurano a ciascuno una zona indispensabile di autonomia personale e familiare e bisogna considerarli come un prolungamento della libertà umana. Infine, stimolando l’esercizio della responsabilità, essi costituiscono una delle condizioni delle libertà civili. Nonostante i fondi sociali, i diritti e i servizi garantiti dalla società, le forme di tale potere o di tale proprietà restano tuttavia una fonte non trascurabile di sicurezza”, al punto che “la proprietà privata ha per sua natura anche un carattere sociale.

Contrariamente a quanto affermato ora dall’ultimo discendente di San Pietro, dunque, appare quantomeno sbrigativo e superficiale l’assunto secondo cui la Chiesa avrebbe sempre considerato la proprietà privata come un diritto naturale “secondario. Al contrario risulta invece che la Chiesa considera(va) la proprietà privata come “indispensabile” per assicurare l’autonomia personale e familiare; uno stimolo all’esercizio della responsabilità, una condizione essenziale delle libertà civili. Se la proprietà privata è – come in effetti riteniamo che sia – tutto ciò, evidentemente la stessa deve essere considerata un diritto intangibile.

Peraltro, il corto circuito dottrinale ed ideologico forse si avvertiva già prima dell’attuale pontefice nel Catechismo della Chiesa Cattolica elaborato tra il 1992 ed il 1997, in cui (ai punti n. 2402 e seguenti) si attribuiva espressamente allo stato il diritto ed il dovere di intervenire per piegare la proprietà privata al solito fumoso “bene comune”, che sembra coincidere con la presunta “destinazione universale” dei beni terreni. Niente di più lontano di quanto affermato nei Vangeli e negli stessi insegnamenti di San Giovanni XXIII. Il “bene comune”, come sappiamo, storicamente è sempre stato il cavallo di Troia delle ideologie collettiviste per annientare proprio le libertà individuali che invece, almeno nelle affermazioni di principio, fino a ieri la stessa chiesa cattolica affermava di voler riconoscere.

Ed allora sorgono i dubbi: se, come si legge nel catechismo della chiesa, il c.d. “bene comune” coincidesse con la “destinazione universale dei beni creati” (?), lo stato sarebbe dunque lo strumento di dio e della chiesa per far rispettare questa destinazione peraltro nota solo al divino? Non solo: lo stato e i politici sarebbero i custodi dell’interpretazione di quale sia la corretta “destinazione universale dei beni creati”? È chiaro che ciascuno di questi interrogativi fa venire l’orticaria al ricordo dei regimi autoritari nei quali i governanti si ergevano ad interpreti della volontà di dio ed in nome della stessa compivano i peggiori crimini contro gli individui e le loro libertà.

In questo corto circuito dottrinale a mio avviso si manifesta il senso di debolezza di una religione morente, che si svilisce al punto di affidare all’autorità ed alla coercizione dello stato ed all’arbitrio del potere politico il compito di giudicare quale sarebbe il livello di libertà individuale tollerabile e le forme di utilizzo dei beni che sarebbero graditi a dio in quanto conformi ad un presunto “bene comune” o ad una “destinazione universale dei beni”. In tal modo arrivando a giustificare l’appropriazione dei beni altrui … per volontà dello stato ed attraverso i suoi esponenti, a ciò legittimati dalla chiesa cattolica. Una specie di deroga al settimo comandamento purché autorizzata dallo stato, depositario a prescindere del “bene comune” e benedetto dal sacro crisma.

Nessuna novità in una prospettiva laica, si potrebbe dire, se non fosse per il fatto che questa religione morente dispone ancora di enormi … proprietà private e di forte influenza politica in grado di provocare ancora gravissimi danni, prima di estinguersi definitivamente per implosione nelle sue stesse contraddizioni.

Nel frattempo, certamente fa riflettere che un pontefice abbia scelto di svilire la chiesa che gli era stata affidata trasformandola da religione “cattolica” che parla alle coscienze degli individui in una “nuova religione” dello statalismo, che tenta di dare una giustificazione divina e metafisica alle azioni dei membri dell’apparato dello stato. Azioni che, con la coercizione della legge benedetta dalla morale, fanno scempio di tutto: delle libertà, delle aspirazioni, degli stimoli al progresso che vengono dall’azione e dalla cooperazione volontaria degli individui secondo i principi della responsabilità individuale. Scempio sanguinoso compiuto sull’altare di un presunto e sfuggente “bene comune” superiore ed astratto rispetto a quello degli individui, interpretabile a piacimento dal potente di turno e gradito a dio, se così vuole il suo rappresentante in terra.

Una sorta di chiesa che si svilisce al punto di diventare un grigio “ufficio di certificazione divina” dello stato e delle azioni (violente) di mortificazione dell’individuo e del merito; di sfiducia verso la cooperazione volontaria tra le persone della che fino ad oggi hanno dato risultati fallimentari e disumani; di esproprio dei beni in nome di una presunta redistribuzione “più equa” (?) delle ricchezze, nella pretesa di sostituirsi addirittura a dio per rendere tutti uguali. Quel dio che, si legge al contrario in altre parti, ci avrebbe voluti e creati “unici” e, dunque, ognuno diverso e disuguale dall’altro. Un gran mal di testa, insomma.

La novità, dunque, è che nonostante i fallimenti clamorosi del passato, i sudditi adoratori dello stato – fattosi – chiesa dovrebbero sottomettersi incondizionatamente a tali azioni violente nei confronti degli individui, in nome di una altrettanto sfuggente “destinazione universale” che i beni avrebbero, in quanto creati da una divinità o riconducibili ad essa. Compresi i beni che sono il frutto del lavoro, dell’ingegno, dell’operosità, del coraggio e della cooperazione degli individui, anche di coloro che, nel rispetto della propria libertà religiosa e di coscienza, credono che la “destinazione universale dei beni” sia, molto laicamente, quella di servire al soddisfacimento dei bisogni degli uomini, di essere trasformati dal lavoro degli uomini per crearne di nuovi, di accrescere il benessere dei singoli e delle loro comunità attraverso lo scambio.

In definitiva, quale apporto al miglioramento della condizione umana su questa terra potrebbe dare una religione dello statalismo e del collettivismo con l’alone divino, se già sappiamo quanta morte e miseria ha provocato e può provocare giorno per giorno questa dottrina?  

Editoriali

by Autori Vari

Gli editorialisti di Lib+ sono persone libere e indipendenti che contribuiscono volontariamente con articoli e saggi.

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