Nell’ultimo numero (12/2020) di Storia Libera, don Beniamino Di Martino completa l’esposizione delle sue riflessioni volte a individuare una tattica e una strategia efficaci per affermare il libertarismo in Italia.

Lo stesso numero, nella sezione Forum e discussioni, ospita un dibattito su questo tema, in cui intervengono amici ed esponenti del modo libertario.

Vi propongo di seguito le mie riflessioni (pg. 197-206) e la replica di don Beniamino.

Aurelio Mustacciuoli*

Credo che i libertari oggi debbano impegnarsi con grande determinazione per tradurre una teoria filosofica in azione politica. Mises in Human Action in proposito scriveva: «il fiorire della società umana dipende da due fattori; la capacità intellettuale di uomini di prim’ordine di concepire teorie sociali ed economiche valide e l’abilità di questi o di altri di rendere tali teorie appetibili alla maggioranza». Cito dal libro di Ron Paul End the Fed: «secondo me i leader politici devono rendere le ideologie accettabili alla maggioranza. Certamente l’ideologia del welfare e del socialismo è più facile da vendere dal momento che si basa sul fatto che la maggioranza riceve qualcosa senza pagare. Ma quando la gente si rende conto che è solo una situazione temporanea, comincia ad essere più aperta all’indicazione che la libertà offre di più, una volta preso atto della bancarotta dello statalismo. Tale condizione sta diventando più visibile ogni giorno. Rendere un’ideologia appetibile alla maggioranza significa che la gente deve arrivare a capire che il suo miglior interesse è servito dall’accettare tale ideologia. Nel caso della libertà, il consenso della gente deve essere sul fatto che l’autonomia, il libero mercato, la proprietà privata, la moneta solida e i contratti che possono essere fatti rispettare sono indispensabili alla prosperità, alla pace e alla felicità. La pianificazione economica centralizzata e le false

promesse devono essere rigettate». Credo che il miglior investimento che un individuo possa fare nella sua vita sia la propria istruzione, in particolare su come funziona l’economia globale; perché solo così potrà capire quale ideologia non funziona e quindi rifiutarla. I libertari quindi non devono perdere alcuna occasione per fare conoscere la buona economia e smascherare quella fasulla. Io non sono nato libertario, ma da quando ho conosciuto il pensiero libertario e la buona economia ne sono rimasto rapito, come credo sia accaduto a ognuno di noi. Dico sempre che una volta presa la pillola rossa non si torna più indietro e chi diventa libertario muore libertario.

L’Italia è un paese decisamente statalista, ma ha nel suo DNA un individualismo spinto che indirizza, ahimè, solo in litigiosità esasperante. Ho fiducia che sia possibile fare capire ai giovani, il cui futuro è negato dallo statalismo di ieri e di oggi, che la vera battaglia per cui vale la pena lottare è quella per la libertà individuale, la proprietà privata e il libero mercato. Che la ricetta per la pace e il benessere è meno Stato, non più Stato. Per far questo dobbiamo lavorare sulla comunicazione e sull’istruzione. Dobbiamo togliere il velo alle ipocrisie del politicamente corretto senza dare l’impressione di essere egoisti e incuranti dei più deboli. Niente di più falso, i libertari vogliono prosperità e pace.

In molti oggi si domandano quali potrebbero essere le strategie più efficaci. Coloro che cercano una strategia liberale hanno fondamentalmente due posizioni.

Da un lato i libertari che non sono mai riusciti ad organizzarsi politicamente. Dall’altro lato ci sono le posizioni di chi cerca strategie liberali di tipo politico, nell’ambito del suddetto paradigma di Stato democratico. A tale proposito vale la pena citare le stimolanti considerazioni svolte da un autorevole libertario cristiano quale Beniamino Di Martino nel

suo recente libro Per un Libertarismo vincente. Strategie politiche e culturali. Di Martino circoscrive la sua analisi ad una strategia politica libertaria che, ponendo alla propria base il principio di non aggressione, assume una posizione morale coerente con i principi del cristianesimo. Di Martino dice alcune cose condivisibili. In particolare, afferma che il libertario dovrebbe rigettare ogni atteggiamento perfettistico e perseguire una strategia gradualista (da non confondere con il moderatismo caratterizzato da «prudenza che frena la ricerca della giustizia»), in quanto «il primo farebbe trascurare la ricerca realistica di risultati immediati disdegnati in nome del perseguimento ideale del traguardo definitivo ed ultimo, mentre la seconda consentirebbe il perseguimento di un qualche risultato politico che impedisca il peggio». Scrive ancora Di Martino: «piuttosto che sull’obiettivo finale bisogna concentrarsi sulla realizzazione dell’obiettivo più vicino da raggiungere, pur senza contraddire in nulla la direzione che conduce al massimo ampliamento della libertà».

È un approccio realista e di buon senso, sintetizzabile nel proverbiale precetto: «l’ottimo è nemico del bene». Di Martino propone inoltre una interessante distinzione tra male minore e massimo bene possibile. Il ragionamento è il seguente: scegliere di compiere direttamente il male ritenendo che possa essere minore di quello che altri potrebbero compiere in una analoga situazione è sempre una scelta moralmente sbagliata; ostacolare il male compiuto da altri perseguendo il massimo bene possibile è invece corretto, perché in questo caso si opera direttamente per contrastarlo.

Sulla base di questa considerazione, Di Martino, sempre all’insegna di un realismo politico di cui l’approccio gradualista fa parte, propone una strategia che definisce fusionista, ovvero coalizzare forze affini su ciò che esse hanno di compatibile. Egli poi argomenta che la posizione più compatibile e affine al libertarismo è il conservatorismo «perché il nucleo di entrambe le posizioni è il riconoscimento del diritto naturale e l’assolutizzazione della proprietà privata». Da ciò deriva che la strategia più efficace per il libertario dovrebbe essere quella di appoggiare una coalizione di forze conservatrici o organizzarsi come corrente interna di una di esse (una strategia non molto dissimile dall’alleanza proposta da Hoppe con la corrente politica di Destra americana chiamata Alt Right). In questo modo si perseguirebbe il massimo bene possibile evitando, nell’ambito delle alternative disponibili, il predominio di forze considerate più nocive e con cui non si ha alcuna affinità.

Sarebbe pertanto inutile, anzi controproducente, la creazione di un partito libertario che cercasse una strada isolata.

Sebbene si possa essere d’accordo su quest’ultima affermazione, ovvero che ai fini di una strategia liberale di cambiamento non sarebbe oggi opportuno, in quanto non efficace, la creazione di un nuovo partito libertario o anche solo liberale, oggi in Italia la strategia fusionista non è a mio avviso convincente perché essa parte da un presupposto errato, ovvero che esista attualmente una forza conservatrice affine al libertarismo, che riconosca il diritto naturale e l’assolutizzazione della proprietà privata, e che quindi poggi le proprie basi sull’individualismo e la libertà come valori assoluti. Al contrario abbiamo visto che tutti i partiti in Italia sono portatori di idee collettiviste sia a Destra che a Sinistra e che nelle nuove mode ideologiche la separazione tra valori originari di Destra e di Sinistra è molto meno netta, mentre invece tutte chiedono a gran voce l’intervento dello Stato per dare risposta alle loro istanze.

Scrive Carlo Lottieri: «c’è la sensazione che stia emergendo un’ideologia condivisa che un po’ alla volta mescola nazionalismo e classismo, elementi di Destra e Sinistra, alla ricerca di scorciatoie essenzialmente autoritarie di fronte a problemi sociali e istituzionali la cui soluzione esigerebbe, probabilmente, ben altre categorie».

E se è vero, come osserva Di Martino, che ordine e libertà sono obiettivi comuni a libertarismo e conservatorismo, e che le due visioni si differenziano in quanto «per il primo è dalla libertà individuale che scaturisce l’ordine sociale, per il secondo la libertà nasce dall’ordine», è anche vero che tale differenza da noi ha assunto una connotazione tale da far emergere una profonda diversità di valori e di priorità.

I conservatori puntano a un controllo del potere da esercitare attraverso uno Stato forte e interventista, mentre i libertari hanno attenzione alla drastica riduzione del potere da esercitare con uno Stato minimo e non interventista. Questo rende le attuali forze conservatrici ben poco affini al libertarismo (e anche al liberalismo). Al contrario le forze conservatrici condividono con le forze di Sinistra e di Centro l’idea di uno Stato poco attento alle libertà individuali e fortemente interventista.

Appoggiare una di queste forze vuol dire affidare ad essa il potere di fare e necessariamente si diventa corresponsabili delle sue azioni. Ammesso e non concesso che esistano più punti condivisibili con una di esse piuttosto che con altre forze, quelli non condivisibili non sarebbero affatto marginali; ne deriva che una tale strategia fusionista risponderebbe più a una logica di minor danno piuttosto che di massimo bene possibile.

Inoltre, una tale strategia apporterebbe numeri così esigui, dell’ordine di 1% di elettorato, tali da non essere in grado comunque di influenzare le scelte politiche dell’alleato.

Il risultato più probabile sarebbe quello di deludere gli elettori fusionisti che vedrebbero, nella forzata condivisione di scelte politiche stataliste, snaturati e traditi i propri valori liberali.

In definitiva, il solo risultato che una tale strategia fusionista potrebbe oggi ragionevolmente determinare è quello di accelerare una deriva autoritaria illiberale da iper-statalismo di Destra.

Attenzione, non si vuole affermare che una strategia fusionista liberale sia sempre inefficace. Perché lo possa essere, devono tuttavia sussistere le seguenti due condizioni:

– la presenza di forze conservatrici permeate di cultura liberale che pongano alla base l’inviolabilità della proprietà privata;

– un Indice di Statalizzazione basso, almeno inferiore al 30%. Quest’ultima condizione deriva dal fatto che solo con un Indice di Statalizzazione basso la priorità può essere cercata nella gestione ottimale delle risorse prelevate ai cittadini. Viceversa quanto più alto è l’Indice di Statalizzazione, tanto più la priorità dovrà diventare quella di limitare l’entità del prelievo. Con un livello molto alto di statalismo non sembra pertanto ragionevole affermare che il massimo bene possibile risieda in una strategia fusionista volta a fare vincere una coalizione che si proponga di fare meglio.

A mio avviso una strategia migliore dovrebbe puntare ad aggregare le forze di cittadini non votanti che, con numeri ben più rilevanti rispetto a quelli dei soli liberali, percepiscono l’eccesso di spesa come minaccia, e che sono tanto più numerosi quanto più alto è il livello della minaccia stessa. E questa minaccia oggi è elevatissima.

Tale aggregazione dovrebbe avvenire su una posizione comune che, data l’eterogeneità del target, dovrà necessariamente essere formulata in negativo, ovvero in forza di ciò cui si è contrari, non cui si è a favore, e per cui si percepisca la massima urgenza. Il consenso non può essere trovato sulle cose da fare — tante, particolari e connotate partiticamente — ma, ritengo, solo su quelle che non devono essere fatte, poche e trasversalmente condivisibili.

Allo stato attuale tale punto di convergenza razionale dovrà essere la riduzione della spesa pubblica (ovvero dell’Indice di Statalizzazione), essendo essa direttamente in relazione con il prelievo forzoso di risorse dei cittadini nelle sue diverse forme: tassazione, debito pubblico e svalutazione monetaria.

Ricapitolando:

– una strategia di cambiamento di tipo attivo, che possa incidere sull’organizzazione dello Stato e sui tanti modi con cui esso può peggiorare la qualità della vita riducendo gli spazi di libertà, deve prevedere il coinvolgimento della politica;

– a tal fine si potrebbe immaginare una alleanza di tipo fusionista tra forze liberali e forze conservatrici, le sole che abbiano in comune un’idea di Stato limitato nei suoi poteri e che pongano come principi fondativi la tutela della proprietà privata e del libero mercato;

– tali forze, tuttavia, hanno perso di vista i loro principi fondativi e sono state in parte contaminate dalle ideologie dominanti che cercano il consenso dell’elettore mediano; tutte, inoltre, promuovono posizioni tese a un continuo rafforzamento delle istituzioni;

– in questo contesto una vittoria elettorale di forze conservatrici, non garantirebbe affatto un cambiamento di direzione verso una limitazione dello Stato. E una eventuale strategia fusionista deluderebbe le forze realmente liberali che dovessero adottarla.

Meglio, quindi, una strategia che eviti il coinvolgimento dei partiti tradizionali, si affranchi dalle ideologie correnti e si rivolga, indipendentemente dal loro credo politico, direttamente agli elettori insoddisfatti della politica attuale e che cominciano a ritenere lo Stato una minaccia.

Replica di Di Martino

Il nome di Aurelio Mustacciuoli è fortemente legato alla Forza Guardiana, l’iniziativa tesa a contrastare l’aumento della spesa pubblica mediante un «movimento che svolgerà il ruolo di watch dog, di cane da guardia della spesa» (dal Manifesto della Forza Guardiana) senza escludere «l’opportunità di istituzionalizzarsi in forma tecnica di partito politico. Un partito tuttavia non tradizionale, ma un anti-partito, uno strumento della democrazia che si affianca allo strumento della Costituzione e ai partiti tradizionali» (Ibidem).

Sono comprensibilmente interessato alla questione della strategia politica, pur tuttavia i programmi di questi ultimi mesi e le prossime scadenze non mi hanno ancora consentito di dedicare tempo sufficiente per approfondire l’iniziativa politica varata da Mustacciuoli. Neanche, purtroppo, sono riuscito a leggere il libro di Mustacciuoli che è uscito a poca distanza dal mio (oltretutto con lo stesso editore, l’insostituibile Guglielmo Piombini, a cui Mustacciuoli ed il sottoscritto siamo particolarmente legati e grati).

Nel dare un’eco alle pagine che ora Mustacciuoli ha dedicato al mio libretto dovrò, quindi, limitarmi a difendere le mie tesi rinviando il momento in cui potrò essere in grado di commentare le sue.

In avvio del suo volume Mustacciuoli afferma: «sentivo soprattutto la necessità di trovare una sintesi per unire il mondo liberale, fin troppo diviso, su una strategia comune. Una strategia che potesse essere efficace per invertire la deriva statalista in atto» (p. 14). Con una premessa come questa, il

tentativo di Mustacciuoli dovrebbe trovare abbondanti conferme nel mio libretto, tutto teso a indicare la strada del fusionismo anche e soprattutto in una situazione quale quella italiana («l’Italia è un paese decisamente statalista», impossibile non altra premessa da cui parte la ricetta di Mustacciuoli).

Mustaccuoli, però, ritiene che il sostegno ad una forza conservatrice da parte libertaria — sforzo improntato al realismo politico — non sia perseguibile per l’assenza in Italia di «una forza conservatrice affine al libertarismo».

Penso che se avessimo «una forza conservatrice affine al libertarismo» non avremmo motivo di continuare né ad investigare né a scrivere. Investighiamo, discutiamo, parliamo e scriviamo esattamente perché ciò che vorremmo non esiste. O, almeno, non esiste ancora. È questa assenza che giustifica realismo, fusionismo e gradualismo. L’assenza della forza sanamente conservatrice o maggioritariamente libertaria non solo non fa venir meno i motivi per ricercare possibili strade anti-perfettistiche, ma impone la ricerca e ne richiede una che tenga presente quel che c’è (poco) e quel che manca (molto).

È il realismo proprio della consapevolezza del limite storico in cui l’uomo si situa (e nel quale sempre si troverà), un limite naturale che la tradizione cristiana — quando non viene contaminata dal virus dell’utopia — chiama “peccato originale”.

Editoriali

by Autori Vari

Gli editorialisti di Lib+ sono persone libere e indipendenti che contribuiscono volontariamente con articoli e saggi.

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