«La tirannide è il contrario di una corretta e onesta amministrazione. Essa si verifica quando il magistrato supremo abbatte e distrugge le fondamenta e i vincoli dell’associazione generale, contro la parola data e il giuramento prestato, in modo ostinato, perseverante e irriducibile. […] La tirannide, che sorge e si rende evidente nella cattiva amministrazione dei beni pubblici si ha quando […] egli diminuisce, consuma e esaurisce con le tasse le ricchezze dei sudditi, succhia il sangue del popolo fino a dissanguarlo e abusa del lavoro, della fatica, del sudore e dei beni dei sudditi […] e quando vuole che i sudditi vivano in povertà in modo tale che, intenti al lavoro per procurarsi da vivere, non si ribellino e non pensino a riconquistare la libertà. […] Conosciuta la natura della tirannide, dobbiamo ora determinare il rimedio col quale può essere tempestivamente estirpata […]».

Johannes Althusius (1603)

 «Stanno venendo avanti le falangi dei cittadini che si sono ingrassati con la Prima Repubblica e non hanno nessuna intenzione di abbandonarla. Anzi, cercano di restaurarla, soprattutto nel suo segreto perverso, che è quello di fare debiti e rovesciarli sulle spalle dei nipoti. Questo rovinerà il Paese, lo farà diventare afro-balcanico, non certo un Paese europeo».

Gianfranco Miglio (1997)

Premessa

Com’era prevedibile e come accade sempre in politica, tutti i nodi stanno venendo al pettine. Le mancate, indispensabili riforme strutturali, che negli anni Novanta erano state ostacolate da una proterva classe politico-burocratica e dai sui ideologi di corte, beneficiari netti di uno Stato corrotto, sempre più esoso e fallimentare (ma convinti di poter tirare a campare ancora a lungo sul Titanic già spacciato), hanno lasciato che al loro posto si aprisse una voragine che, accelerata dalla crisi pandemica mondiale, finirà per inghiottire anche loro. Il dissesto dello Stato italiano è dipeso dal modo in cui è stata gestita politicamente la spesa pubblica e da come le risorse dei produttori (concentrati quasi esclusivamente in una parte del territorio statale-nazionale) sono state dilapidate in devastanti processi politici (scambio di voti, finanziamento dei partiti, mantenimento delle clientele e collusione con le mafie), che si sono cristallizzati e che hanno reso il sistema politico-burocratico sempre più immobilizzato e irriformabile.

Se lo Stato moderno sta incontrando ovunque colossali problemi, nello Stato territoriale “italiano” questi sono ancor più distruttivi. Le pretese di sovranità di questi mastodontici carrozzoni unitari e centralizzati – ferrivecchi della storia del potere politico in Europa risalenti alla fine del Settecento (sempre più in contrasto con l’economia del XXI secolo e per quest’ultima autentiche e intollerabili cappe di piombo destinate a saltare) – non riescono più a essere soddisfatte. Lo Stato, per definizione e per sua necessità interna centralizzatore, intralcia, corrompe e comprime tutta la vita politica, economica e sociale, soffocandole sotto una cappa di piombo.

L’unificazione “nazionale”, mai realizzatasi nonostante il costo del tentativo di costruirla (guerre, repressioni, incredibili violenze, totalitarismo, forzata omogeneizzazione, devastazione della vita economica, asservimento di intere popolazioni, ecc. ecc.), fa inoltre acqua da tutte le parti. Nonostante le illusioni restauratrici di famelici e interessati nazionalisti capaci di inebetire numerosi cittadini, le risorse estraibili da questi “serbatoi geografici di ricchezza” si restringono. Lo sganciamento fra spazio politico e spazio economico priva il potere statale della disponibilità sovrana su di esse. Chi impersona lo Stato fa sempre più fatica a tenere sotto controllo l’enorme quantità di compiti che questa forma di organizzazione del potere ha finito per auto-attribuirsi fra Ottocento e Novecento e con le guerre mondiali, invadendo tutti i settori grazie alla mancanza di ostacoli efficaci. Lo Stato non riesce più a realizzare i suoi obiettivi più rozzi: l’unità e l’uniformità.

La finzione dello “Stato di diritto”, inoltre, lascia trasparire la materiale realtà dell’esercizio del potere personale e di gruppo, del “neo-patrimonialismo” che dilaga anche nella pubblica amministrazione, del clientelismo e del familismo, che tirano dalla loro parte una coperta sempre più corta. Il sistema politico-burocratico – di fatto nelle mani di un’oligarchia tentacolare e vantaggioso solo per ogni sorta di parassiti e cinici profittatori – è l’altra faccia della medaglia di un sistema economico-sociale statizzato e di uno Stato protagonista assoluto della vita economica, che sottrae a individui e imprese non solo molto più della metà di quanto producono, ma anche lo spazio che solo a loro spetterebbe in un’economia sana e degna di questo nome.

Le sempre più frequenti e mancate promesse dello “Stato sociale”, nato per ragioni belliche e oberato di compiti in continua espansione ma sempre meno finanziabili perché appesantito da forme devastanti di parassitismo e dalla palla al piede della burocrazia che ne assorbe la maggioranza delle risorse, fanno sì che cittadini sempre più numerosi e delusi, spinti da bisogni crescenti e sempre più diversificati, si facciano cruciali domande sulla sua legittimità e sull’obbligo di continuare ad assicurargli fedeltà e obbedienza. Quando la BCE smetterà di comprare i BTP, mantenendo artificialmente un intero sistema, il conto di tale operazione politica apparirà ancor più salato.

Tutte le funzioni parassitarie sembrano aver preso il sopravvento, grazie all’accentramento politico, a danno di quelle produttive. Una burocrazia mastodontica, oppressiva, incompetente e irresponsabile, al vertice della quale dominano i ministeri, è figlia legittima e inevitabile della centralizzazione. Pletorici organismi che si basano su immani sperperi e sulla pretesa di dirigere da lontano la vita di decine di milioni di persone, non fanno che creare intoppi e ostacoli, dominando di fatto ogni settore.

L’impoverimento diffuso (un terzo del PIL è stato dilapidato; un capitale umano di valore inestimabile prende la via dell’estero, senza alcuna intenzione di fare ritorno, ecc.), la de-industrializzazione senza precedenti, la disoccupazione di massa, i fallimenti di imprese, le infrastrutture fatiscenti, i carrozzoni costosissimi e monopolistici sottratti a ogni competizione di mercato, gli incentivi perversi a entrare in massa negli impieghi pubblici (soprattutto nel Sud, sul quale vengono scaricate a pioggia risorse improduttive), l’inferno burocratico e fiscale (l’Italia, ormai ultimo Stato dell’Occidente, ha raggiunto una tassazione superiore a quella svedese) che sottopone a inaudite corvée sudditi senza diritti stabili e certi, vessati dal soffocante reticolo di una legislazione ipertrofica, contraddittoria e continuamente variabile, il dilagare del parassitismo politico-burocratico, della corruzione, del debito pubblico – che implica pagamenti di interessi esorbitanti che sottraggono risorse a altri settori vitali e che si basa su una schiavitù fiscale che devasta la convivenza civile – il crollo della produttività (caratteristica immancabile, questa, dei sistemi “di socialismo reale”) che penalizza soprattutto i giovani, già scoraggiati dalla paralisi della mobilità sociale e da una società immobile, preannunciano un collasso generalizzato e senza appello, che travolgerà anche i ceti più garantiti. Il declino è del resto quotidianamente registrabile nel degradarsi della vita civile in spirali infernali, dovuto soprattutto al mancato rispetto dei diritti individuali e a governi ostili al mercato.

La crisi delle dimensioni spaziali delle pretese di governo è lampante. I macro-Stati richiedono un’organizzazione strutturata, gerarchico-piramidale, basata su un’unità coatta e su un complicato e parassitario meccanismo di accentramento. Le grandi dimensioni implicano una complessità del potere e dell’amministrazione sempre meno governabile, relazioni fredde e distanti e, com’è rilevabile empiricamente, redditi pro-capite inferiori a quelli presenti nelle piccole dimensioni. Prima ancora che nella coscienza dei cittadini, la destrutturazione dell’unità del potere statale avviene nelle cose. Seguono poi a quest’ultima la galoppante demistificazione di apparati e istituzioni – rivestiti per secoli di un manto sacrale e parareligioso – che si accompagna a crescenti aspirazioni verso il pluralismo politico, culturale e l’autogoverno. Per farvi fronte, le catastrofi della centralizzazione del potere vengono fatte passare dagli eredi della Prima Repubblica (“riformata” solo in apparenza) per “inefficienza locale” e quelle aspirazioni – nascoste sotto il tappeto, violando anche i principi basilari della sovranità popolare (espressi in referendum: come quello inascoltato, sull’autonomia) – sono addirittura negate con la presunta, antropologica “incapacità di autogoverno” di intere popolazioni.

Com’era stato negli anni Novanta – quando non era stato affatto risolto – il problema fondamentale rimane quello della chiarezza sulle vie d’uscita per le aspirazioni all’autogoverno, le uniche (come viene embrionalmente intuito ormai da molti) che possano salvare popolazioni produttive e operose da un destino “afro-balcanico”. Un problema enorme, questo, se si pensa alla confusione che per centocinquant’anni ha regnato su concetti, teorie e problemi – rimossi dalle biblioteche, dalle Università, dall’agenda degli studi, dai dibattiti – quali le soluzioni federali, quelle di falso autogoverno (l’autonomia e il decentramento), il diritto di secessione, la sua pratica e le sue conseguenze. La mancanza di chiarezza sulla teoria ha creato una melma nella quale rischiano di impantanarsi coloro che siano in cerca di una via d’uscita. È come quando esploratori perdono la bussola e proprio per questo finiscono esposti a tutte le trappole e ai tranelli che si trovano sul cammino: in questo caso creati ad arte per ostacolarli, disorientarli e farli perire.

Saggio del Prof. Alessandro Vitale

Libertycorner

by Cristian Merlo

Nato a Lecco nel 1976, si è laureato in Politica Economica, presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano, discutendo la tesi: “La ‘riscoperta’ della Scuola Austriaca in Italia: il contributo di Bruno Leoni”. Lavora nel settore del credito, occupandosi di organizzazione e normativa bancaria. È da sempre un appassionato cultore di tutto ciò che verte attorno al mondo del liberalismo e del libertarismo, specie sotto il profilo dell’analisi giuridica ed economica. Attualmente coopera, in qualità di recensore, alla stesura di sintesi ragionate per Tramedoro.

Cristian Merlo

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