Una delle più grandi obiezioni che vengono mosse (spesso anche da liberali e libertari) agli anarcocapitalisti è che un sistema interamente gestito secondo le logiche della proprietà privata e del libero mercato è strutturalmente impossibile, dal momento che – essendo tutti gli individui autointeressati e quindi volti alla massimizzazione della propria utilità – si finirebbe per avere un sistema di interazioni sociali che non sono cooperative e che quindi non reggerebbe l’impatto di alcuni eventi più o meno negativi (come, ad esempio, la gestione di una pandemia, o le condizioni di indigenza di alcuni membri di questo sistema sociale). Dal momento che, in quanto anarcocapitalista, mi sento chiamato in causa voglio fornire una risposta a queste critiche mediante l’uso della strumentazione fornitaci dalla Teoria dei Giochi e dalle considerazioni misesiane e rothbardiane concernenti la proprietà privata e la nascita delle istituzioni sociali.

Cominciamo quindi con quella che è un po’ di sano ripasso di come si costituiscono i diritti di proprietà: in primo luogo, si riconosce la proprietà su se stessi e quindi sul proprio corpo (giustificata dal fatto che la discussione è una forma di azione che implica l’uso di una risorsa scarsa qual è il corpo di ogni individuo e quindi il solo fatto di opporre delle argomentazioni alle tesi altrui significa invariabilmente riconoscere che l’interlocutore possiede il diritto esclusivo sul proprio corpo – e sullo spazio che esso occupa –, perché egli sta disponendo del proprio corpo per il solo fatto di produrre un’affermazione qualsiasi); mediante appropriazione originaria “mescolando” il suo lavoro con le risorse scarse non ancora appropriate da nessuno (l’individuo, infatti – togliendo un determinato oggetto dalla sua condizione originaria di non appropriazione attraverso il lavoro – rende quell’oggetto di proprio esclusivo uso e possesso in quanto a) nessun altro ha determinato come vantaggioso per sé quell’oggetto stesso (e di conseguenza non ha ritenuto vantaggioso applicare il lavoro – cioè delle azioni che comportano uno sforzo nel momento presente, e quindi un costo – per appropriarsi dell’oggetto); e b) in quanto il lavoro è una diretta conseguenza del corpo (che è una risorsa di cui ogni individuo è originariamente proprietario) aggiunge alle risorse esterne più di quanto non avesse fatto la natura e così sono diventate (in quanto il mezzo per applicare il lavoro è privato) di uso e diritto esclusivo di quello che ha applicato un lavoro) e mediante scambio volontario tra due o più individui. Proprio in quest’ultimo modo di appropriazione si evidenzia un aspetto centrale della nascita della società: poiché esiste la proprietà privata e poiché esiste una strutturale differenza tra proprietari privati che si concretizza in una differenza di desideri e bisogni, le persone sono incentivate allo scambio dal momento che, grazie ad esso, viene migliorata (almeno ex ante) la posizione di benessere di ciascun partecipante. Qualsiasi scambio volontario avviene perché al bene che si vuole ricevere si dà più valore che al bene che si vuol cedere in cambio. Lo scambio testé analizzato fa vedere l’essenza delle interazioni fra le azioni umane; in quanto i principi della produzione individuati nel caso dell’individuo isolato sono validi anche nello studio dell’interazione sociale. Infatti, i grandi benefici dello scambio volontario, come detto, sono – oltre il mero guadagno materiale momentaneo –  essenzialmente la diffusione di conoscenza e la divisione dei compiti. L’uomo, infatti, è l’unica specie che dopo aver acquisito una conoscenza può trasmettere ed espandere la sua quantità di conoscenza di individuo in individuo. Dato che la conoscenza potenzialmente disponibile all’uomo individuale è illimitata (ma siccome in realtà la conoscenza effettiva del singolo individuo è limitata), è chiaro che una condizione in cui un uomo scambia volontariamente con un altro permette che la conoscenza di un fattore sconosciuto ad una persona possa trasmettersi (anche senza intenzione) ad un’altra: in questo modo ognuno trae un beneficio da una conoscenza scoperta da altri e su cui – in un certo senso – egli ha applicato un lavoro di natura intellettuale (dato che egli ha avuto l’accortezza di capire il vantaggio che la conoscenza di una determinata cosa può avere per lui). Il secondo beneficio è la divisione dei compiti: essa mette l’uomo in condizione di dirigere le proprie conoscenze in sforzi applicati in un particolare campo e di scambiare i prodotti del suo lavoro e le sue conoscenze con altri individui specializzati in altri campi. Questa forma di cooperazione consente a tutti coloro che vi prendono parte di conseguire una conoscenza  ed un’abilità maggiori di quelli che avrebbero potuto conseguire se ciascuno avesse dovuto produrre tutto ciò di cui ha bisogno. Riprendendo un esempio dello stesso Mises, se “A” produce in una unità di tempo 6x o 4y  e “B” soltanto 2x ma 8y; se lavorano insieme in regime di divisione del lavoro, ognuno di loro produce la merce la cui produzione gli risulta essere più agevole, sicché produrranno, invece di 10x e 12y isolatamente, 6x ed 8y. Per mostrare cosa accade, invece, nel caso in cui un individuo è più efficiente sotto tutti gli aspetti e coopera con un gruppo meno efficiente, occorre fare riferimento alla legge di associazione di Ricardo. Costui ha analizzato gli effetti del commercio fra due aree, diversamente dotate dalla natura, nell’ipotesi che i prodotti – ma non i lavoratori e i fattori di produzione accumulati (beni capitali) – possano liberamente muoversi da un’area ad un’altra. La divisione del lavoro tra le due aree aumenta la produttività del lavoro, ed è quindi vantaggiosa per tutti gli interessati, anche se una di queste aree – per nessuno dei beni in questione – beneficia di condizioni naturali di produzione migliori dell’altra: l’area meglio dotata ha dei vantaggi nel concentrare gli sforzi sulla produzione di quelle merci in cui la sua superiorità è maggiore e lasciare la produzione degli altri beni all’area meno dotata, nei quali la superiorità dell’area meno dotata è minore. Ricardo era pienamente consapevole del fatto che tale legge, detta dei vantaggi comparati, è un caso particolare della più generale legge di associazione. Se “A” è tanto più efficiente di “B” a tal punto che gli occorrono tre ore per la produzione di una unità della merce “x” rispetto alle 5 ore di “B”  e, per la produzione di “y”, due ore rispetto alle quattro di “B”, allora entrambi guadagneranno se “A” si limita alla produzione di “y” e lascia a “B” il compito di produrre “x”. Se ognuno di loro dà 60 ore alla produzione di “x” e 60 ore alla produzione di “y”, il risultato del lavoro di “A” è 20x+30y; quello di “B” è 12p+15q; e – per quei due insieme – 32x+45y. Se “A” si limita a produrre solo “y” egli produce 60y in 120 ore; mentre “B”, limitandosi a produrre solo “x”, produce nello stesso arco temporale 24x. Il risultato della loro attività è – allora – 24x+60y, in un rapporto di sostituzione di 3/2y nei confronti di “A” e di 5/4x nei confronti di “B”; in ogni caso una produzione maggiore di 32x+45y. È chiaro – quindi – che la divisione del lavoro avvantaggia ogni partecipante, i suoi vantaggi sono sempre reciproci. Quando l’uomo si rende conto di ciò esso diventa un essere sociale che non solo non sacrifica i suoi interessi in nome di quelli degli altri, ma proprio nel tentativo di ottenere un miglioramento del suo stesso interesse.
Questo sistema funziona non solo nelle relazioni interpersonali tra due individui (anche se è proprio in questa sola circostanza che esso  può essere analizzato) ma anche ad un livello più ampio: infatti, in un regime in cui ognuno è in competizione con tutti gli altri ed in cui vi è una divisione dei compiti, ogni attore è coordinato con gli altri per soddisfare il suo interesse in relazione alle sue condotte; e siccome la decentralizzazione diventa necessaria per la ragione che nessuno può scientificamente soppesare tutte le considerazioni che portano alle decisioni di una moltitudine (visto che sarebbero troppe la variabili da tenere in considerazione), è allora ovvio che la coordinazione sociale può svolgersi efficacemente e nel rispetto dei diritti di proprietà solo attraverso il libero e competitivo scambio, inteso come meccanismo che trasmette ad ogni agente le informazioni per lui rilevanti per poter adattare efficacemente le sue decisioni con quelle di altri. Inoltre, poiché tutte le informazioni dettagliate dei cambiamenti di questi desideri non possono mai essere completamente conosciuti (e quindi controllati) quello di cui c’è bisogno in una società in cui domina il libero e competitivo scambio è l’esistenza di una struttura elastica che prenda nota di tutti gli effetti rilevanti delle azioni individuali; le cui indicazioni siano allo stesso tempo la risultante e la guida di tutte le azioni individuali. Ebbene, questo è il significato sociale dei prezzi: essi individuano ed operativizzano in modo articolato e concreto il fine generale in funzione del quale la società si auto-determina: la risultante di un più o meno grande numero di decisioni individuali. Al fine di ottenere un risultato quanto più corretto (e quindi al fine di godere di un benessere tanto più diffuso), è necessario che queste decisioni vengano – come detto – prese individualmente e liberamente; ed è solo con il sistema di libero scambio (basato sulla divisione del lavoro, sulla libera competizione e sulla proprietà privata, che consente al singolo auto-determinare il fine delle sue proprietà –incluso il suo corpo e quindi anche di sé stesso –) che si può ottenere ciò. Questa divisione basata sulla diversità di attitudini e di risorse, trasposta a livello sociale, corrisponde quindi ad una piacevole e conveniente interdipendenza tra tutti i componenti della società stessa: infatti, in un regime in cui tutto è acquisito e detenuto privatamente attraverso il lavoro produttivo e lo scambio volontario, nessuno è in grado di vivere l’uno indipendentemente dal lavoro e dall’esistenza dell’altro: poiché ciò che ognuno produce è ciò con cui è possibile al produttore comprare i beni ed i servizi derivati da qualcun altro, la proprietà privata e la divisione del lavoro rendono più produttiva e quindi più prospera la società che, quindi, si regge su un reciproco terreno culturale alla cui origine vi è il riconoscimento ed il rispetto reciproco dei diritti della proprietà giustamente acquisita. Inoltre, la proprietà privata, permette anche una maggiore efficienza nell’uso delle risorse: in primo luogo perché i costi ed i benefici di ogni azione ricadono solo sul singolo proprietario privato ed in secondo luogo perché, proprio in ragione di questa responsabilità, il proprietario privato sarà incentivato – grazie ai prezzi formatisi per i suoi prodotti mediante la libera interazione con i consumatori e con gli altri proprietari – di effettuare il calcolo economico, ossia l’operazione di computo di costi e ricavi grazie alla quale valutare la profittabilità degli impieghi delle risorse e che – pertanto – possiamo a ben diritto dire, con le parole di Mises, che esso
“è la stella che guida l’azione in un sistema sociale a divisione del lavoro. È la bussola dell’uomo che si dedica alla produzione. Questi calcola per distinguere gli aspetti remunerativi della produzione dai non remunerativi. Quelli che i consumatori sovrani probabilmente approveranno da quelli che probabilmente disapproveranno[…]. Il sistema di calcolo economico in termini monetari è condizionato da certe istituzioni sociali. Esso può funzionare soltanto in un ambiente istituzionale di divisione del lavoro e di proprietà privata dei mezzi produzione, in cui i beni e i servizi di tutti gli ordini sono comprati e venduti contro un medio generale di scambio: la moneta…È così possibile stabilire con precisione l’effetto probabile di un’azione progettata e sapere l’effetto reale prodotto dalle azioni svoltesi nel passato”
Quindi la proprietà privata, che in un sistema di mercato puro (ossia in un sistema anarcocapitalista) è il dato centrale su cui ogni (inter)azione umana si regge costituisce quindi il mezzo mediante il quale gli individui – razionalmente ed indirettamente – coordinano il loro agire assieme a quello degli altri grazie alle dinamiche dello scambio volontario e della divisione del lavoro che sono indissolubilmente connesse con essa. Si noti, inoltre, che tutte queste sono conseguenze da un lato intenzionali ma allo stesso tempo indirette: da un lato sono intenzionali perché ogni azione è per definizione volta al conseguimento degli obiettivi prefissati (nel senso che ogni individuo adotta consapevolmente comportamenti rispettosi della proprietà privata perché sa che essa è funzionale alla divisione del lavoro – a sua volta funzionale al maggior benessere che essa comporta); indiretta perché – progressivamente – gli individui si rendono conto che le proprie azioni non beneficiano solo se stessi ma indirettamente anche gli altri scambianti e capendo ciò adotta consapevolmente – e se possibile in modo rafforzato – tutti quei comportamenti (rispettosi della proprietà privata) che hanno prodotto questo stato di cose. La pratica sembra confermare la teoria, Scientificamente, ciò è giustificato dall’esistenza di speciali meccanismi nervosi che sottendono le logiche proprietaristiche tipiche delle interazioni della società libera. I meccanismi nervosi alla base della capacità dell’uomo di porsi in relazione con l’altro possono infatti essere spiegati attraverso una specifica classe di neuroni, recentemente scoperti da un gruppo di neuro scienziati presso il Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Parma, definiti “neuroni specchio”. Durante la registrazione di singoli neuroni posti nella corteccia premotoria di un macaco (area F5), è stato individuato un unico sistema di neuroni premotori che sembravano attivarsi sia quando la scimmia eseguiva un’azione che quando stava immobile ad osservare un’altra persona che svolgeva un’azione. L’osservazione di un’azione induce l’attivazione dello stesso circuito nervoso deputato a controllarne l’esecuzione, quindi l’automatica simulazione della stessa azione nel cervello dell’osservatore. È stato proposto che questo meccanismo di simulazione possa essere alla base di una forma implicita di comprensione delle azioni altrui. Attraverso tecniche di brain imaging è stata eseguita una chiara localizzazione dei neuroni specchio nell’uomo ed è stato osservato che viene coinvolta una rete più ampia di regioni del cervello tra cui il lobo parietale inferiore, il solco temporale superiore e le regioni del sistema limbico. Pertanto il sistema corticale dei neuroni specchio è formato da due principali regioni: la corteccia premotoria ventrale ed il lobo parietale inferiore. Negli esseri umani, l’esistenza di tali strutture spiegano li aspetti fisici di un’azione ma anche le intenzioni e i sentimenti che hanno motivato l’azione stessa probabilmente attraverso connessioni con regioni del cervello come il sistema limbico. I neuroni specchio sono, dunque, in grado di programmare lo stesso atto motorio in maniera differente sulla base dello scopo dell’azione in cui tale atto motorio viene inserito. Sulla base di tale prospettiva la comprensione delle azioni e delle intenzioni che le motivano potrebbe essere ricondotta allo stesso meccanismo funzionale, quello della “simulazione incarnata”. L’esperienza interpersonale non si esaurisce nella sola azione ma implica la condivisione di emozioni e sensazioni. Recenti evidenze empiriche dimostrano che le stesse strutture nervose implicate nell’analisi di sentimenti ed emozioni esperite in prima persona sono attive anche quando il soggetto si limita ad osservarle negli altri. La scoperta dei neuroni specchio ha consentito, dunque, di individuare per la prima volta i meccanismi neurofisiologici che sottendono numerosi aspetti della cognizione sociale: grazie a queste strutture dell’empatia si ha, infatti, l’intuizione che gli altri individui siano delle forme di vita simili a se stessi e che quindi sono dotate di diritti e doveri pari ai propri, con tutti i ragionamenti più sofisticati che ne conseguono quali il rispetto dell’integrità fisica dei corpi e delle risorse altrui. In sintesi, la cooperazione sociale che – molti – ritengono impossibile nel puro libero mercato è naturalmente (nel senso più stretto della parola, oserei dire) parte dell’essere umano che vuole conseguire il bene per sé e – dunque – cerca il bene per gli altri grazie allo scambio volontario e al rispetto del diritto di proprietà.
Conclusa questa parte “teorica” è interessante ora applicare qualche piccolo modello economico alla nostra teoria e – per fare ciò – adottiamo una prospettiva di analisi che proceda con l’approccio “giochistico”; quello che – in quanto studioso e studente di economia – ritengo più interessante. La teoria dei giochi è una disciplina della matematica applicata che studia e analizza le decisioni individuali di un soggetto in situazioni di interazione strategica con altri soggetti rivali (due o più) finalizzate al massimo guadagno di ciascun soggetti: con la teoria dei giochi, insomma, si studia la strategia ottimale di ciascun attore quando questi si trova in concorrenza con altri attori. Prima di iniziare la trattazione, il lettore mi lasci sottolineare un punto molto curioso e – se vogliamo – ironico del mio uso della “game theory” quale giustificazione di un ordine di mercato, ossia il fatto che essa nasce e inizialmente si sviluppa – perlomeno in ambito economico – come giustificazione all’intervento statale nei processi di mercato proprio perché, secondo la teoria dei giochi, il mercato da solo non sarebbe in grado di fornire un equilibrio ottimale in termini di “desiderabilità sociale” nella fornitura di un dato bene/servizio. In particolare, tale assunto si basa su un noto modello chiamato “dilemma del prigioniero” con il quale si dimostra che la cooperazione non sempre rappresenta una strategia ottimale per gli agenti che – seguendo il modello di mercato – agiscono nel proprio interesse. La situazione del modello del dilemma del prigioniero è la seguente: due criminali vengono accusati di aver commesso un reato. Gli investigatori li arrestano entrambi e li chiudono in due celle diverse, impedendo loro di comunicare. Ad ognuno di loro vengono date due scelte: collaborare, oppure non collaborare. Viene inoltre spiegato loro che:
  1. se solo uno dei due collabora accusando l’altro, chi ha collaborato evita la pena; l’altro viene però condannato a 7 anni di carcere.
  2. se entrambi accusano l’altro, vengono entrambi condannati a 6 anni.
  3. se nessuno dei due collabora, entrambi vengono condannati a 1 anno, perché comunque già colpevoli di porto abusivo di armi.

Questo gioco può essere descritto con la seguente matrice dei payoff:

Collabora Non collabora
Collabora 6, 6 0, 7
Non collabora 7, 0 1, 1

Da questa rappresentazione si evince chiaramente che la strategia dominante che rappresenta il cosiddetto “equilibrio di Nash” (ossia un payoff dal quale nessuno dei due ha interesse a muoversi) è il collaborare, dal momento che nessuno dei due prigionieri sa cosa farà l’altro. Si evidenzia quindi che il comportamento più utile è quello “non cooperativo”. Tuttavia, la strategia “confessare” non è la migliore in assoluto, che è “non confessare” per entrambi (ottimo paretiano). Questo, nella teoria economica, si traduce nel famoso problema del “free-rider”: Si definisce “free rider” un agente economico che attua un comportamento opportunistico finalizzato a fruire pienamente di un bene (o servizio) prodotto collettivamente, senza contribuire in maniera efficiente alla sua costituzione mediante il pagamento della tassazione; coloro che – al contrario – contribuiscono vengono denominati “babbei” (o – in inglese – “sucker”). La situazione in parola è rappresentabile mediante il modello del dilemma del prigioniero, a sua volta dato da una matrice dei payoff come quella seguente:

Contribuisce Non contribuisce
Contribuisce o; o 0; 1
Non contribuisce 1; o 1; 1

Come si vede, colui che “contribuisce” è quello che ottiene il payoff peggiore, dal momento che il free rider gode del servizio pur non contribuendo mentre il free rider gode del servizio ma non contribuisce. Dunque, assumendo degli individui autointeressati, tale teoria mostrerebbe che il finanziamento volontario dei servizi non funzionerebbe, dal momento che ogni individuo avrebbe l’incentivo a non pagare, a fare lo “scroccone”, sapendo che godrà ugualmente del servizio pagato dagli altri. In aggiunta, nessuno vuole trovarsi nella condizione del “babbeo” (sucker), contribuendo mentre altri fruitori non contribuiscono.

Quella appena data è – tuttavia – un’illustrazione parziale del problema, perché il risultato “non cooperativo” si basa su un importante assunto che – nella vita reale – quasi mai viene realizzato: il fatto che l’interazione strategica si verifichi una sola volta, ossia che le persone facciano un solo turno del gioco del dilemma del prigioniero. Il matematico Robert Axelrod nel libro intitolato “The evolution of Cooperation” dimostra che se il gioco si svolge in diverse tornate, ossia se gli individui hanno davanti a loro la prospettiva di poter e dover ripetere le transazioni in futuro, la strategia dominante diviene cooperare: nessuno, infatti, se esiste una prospettiva temporale nel “gioco” ne segue che – in misura variabile ma comunque esistente – l’avvenire viene da tutti tenuto in conto e – dal momento che nel nostro “gioco” è possibile discriminare coloro che non cooperano – la strategia che gli individui ritengono razionale è quella di sopportare una perdita immediata (e quindi fare la fine del “babbeo” del dilemma del prigioniero “one-shot”) per ottenere dei vantaggi a medio lungo termine. Questo modello corrisponde alla realtà di un ordine sociale basato sulla proprietà privata? Decisamente sì, dal momento che:

  • La questione della bassa preferenza temporale (ossia lungo termine vs. lungo termine) è verificata , dal momento che gli individui desidereranno, in accordo con la legge della preferenza temporale, sopportare una perdita momentanea in relazione ad un vantaggio maggiore nel futuro;
  • La capacità di punire e discriminare chi non coopera è insita nella natura stessa dell’ordine proprietaristico su cui si basa il nostro modello: in un regime di puro libero mercato tutta la proprietà è privata e – di conseguenza – ognuno dispone della facoltà di espellere dalla stessa colui che non sottostà alle sue regole; 

Ma andiamo avanti, e supponiamo che – realisticamente – non sappiamo come si comporterà il nostro agente dopo la nostra cooperazione. A questo scenario risponde il modello elaborato dal matematico ucraino (naturalizzato americano) Anatol Rapoport nel suo modello “Tit for Tat” (traducibile in italiano con l’espressione “legge del taglione”, oppure con “occhio per occhio” o – ancora – “pan per focaccia”) in cui l’agente inizialmente coopera, in seguito risponderà con la stessa strategia delle mosse degli avversari, quindi a ogni round successivo si assume il comportamento che l’altro giocatore ha assunto nel round precedente: se l’avversario è stato a sua volta cooperativo, l’agente sarà cooperativo, in caso contrario no. L’applicazione di questa strategia dipende da cinque condizioni che, però, sono molto vicine a quelle che un individuo in genere adotta nelle relazioni sociali:

  • In partenza, e se non c’è stata provocazione, l’individuo considerato è sempre cooperativo, senza pregiudizi.
  • Se provocato, l’individuo si vendica di chi ha rifiutato di cooperare rifiutandogli la propria cooperazione la volta successiva
  • L’individuo perdona subito dopo essersi vendicato di chi bara e se ne pente; dunque torna a essere cooperativo.
  • L’individuo deve essere chiaro nelle sue intenzioni, non manifestare un comportamento troppo difficile da interpretare.
  • L’agente ha una consistente opportunità di competere con l’opponente più di una volta: il numero delle volte in cui si ripete il gioco deve essere sufficiente a generare un effetto a lungo termine più rilevante rispetto alla perdita di cooperazione iniziale.

Un’importante applicazione di questo modello la si è avuta durante la prima guerra mondiale nella famosissima “Tregua di Natale”: i soldati delle truppe tedesche e britanniche presero a scambiarsi auguri e canzoni dalle rispettive trincee, e occasionalmente singoli individui attraversarono le linee per portare doni ai soldati schierati dall’altro lato; giungendo perfino – il giorno di Natale – a celebrare una cerimonia in onore dei caduti e giocando una partita di calcio. È importante notare, in questo senso, che la tregua di Natale non fu un comportamento organizzato, deciso da una qualche autorità centrale ma il risultato della cooperazione nata dallo scambio e dal rispetto – pur in un contesto che suggerisce tutt’altro – dei reciproci diritti di proprietà. Stanti queste condizioni, e data questa dimostrazione, il programma di Rapoport mette in evidenza come la cooperazione sia una strategia stabile. È interessante notare come, da questi modelli (quello di Axelrod e quello di Rapoport), il livello minimo di cooperazione sociale necessario a tenere in piedi una società possa emergere spontaneamente quale risultato – ad esempio – di risultati tra accordi  tra individui ed agenzie private in un contesto di libero mercato, rendendo ultroneo il ruolo del governo nel fornire – ad esempio – il cosiddetto “bene pubblico” della giustizia. L’anarcocapitalismo, quindi, è utopia? Gli anarcocapitalisti hanno bisogno di un “uomo nuovo” per far funzionare la società di proprietà privata? La risposta è no in entrambi i casi; utopisti – semmai – sono coloro che pretendono di affidare a persone imperfette il controllo di un apparato coercitivo e monopolistico che fornisce a costoro la valvola di sfogo di tutte le più indicibili e pericolose pulsioni aggressive dell’(imperfetto) essere umano.

 

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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