Nel dibattito politico ci sono degli argomenti che sono poco toccati, vuoi perché l’opinione pubblica se ne disinteressa o vuoi perché sono spesso considerati un tabù: l’argomento che ricade in entrambe le casistiche per le quali viene spesso tralasciato tanto dal legislatore quanto dal dibattito in genere (se non all’interno di alcune nicchie di appassionati) è quello delle armi. Insomma, se non si va a caccia o se non si possiede una collezione, a chi importa delle armi, soprattutto se teniamo in considerazione che essi sono degli strumenti che portano al compimento di violenze? Nell’articolo di oggi spiegheremo perché le armi non solo sono un tema centrale che coinvolge non solo l’ambito più “teorico” di nicchia del liberalismo/libertarismo ma, soprattutto, questioni pragmatiche di libertà e di sicurezza tanto personale quanto pubblica (un ambito, questo, che interessa anche i non-liberali/libertari e che quindi merita di essere affrontato indipendentemente dal colore politico). Lo scopo dell’articolo sarà, entro certi limiti dettati dalla natura complessa del fenomeno, sarà quello di dimostrare che a) non esiste proprietà e quindi non esiste libertà senza una maggioranza di individui armati e b) dimostrare che una diffusione capillare delle armi da fuoco non implica necessariamente un aumento delle morti e delle violenze ma – anzi – il contrario.

Partiamo quindi dalla “teoria”. Il libertarismo è stato giustamente definito come una

“[…]filosofia politica. Riguarda Esclusivamente l’uso corretto della forza. La premessa centrale di tale dottrina è che dovrebbe essere illegale muovere minacce o dare inizio alla violenza contro un individuo o la sua proprietà, senza il suo consenso; che la forza è giustificata solo per difesa o rappresaglia. Si tratta, in sintesi, di questo […][1].

Ora, se questo è vero dobbiamo innanzitutto capire il perché. La filosofia libertaria parte dal dato incontestabile che ogni essere umano possiede il suo corpo, la sua mente e tutti i risultati delle azioni che con il corpo e la sua mente riesce ad acquisire: possiede – cioè – ciò di cui un individuo si appropria a titolo originario (mediante lavoro), che trasforma e/o che acquisisce mediante uno scambio volontario con altri individui: il libertarismo, insomma, è una filosofia che si basa sulla centralità della proprietà privata tanto nei rapporti tra individuo e cose esterne quanto nei rapporti interpersonali. Questo significa che nei rapporti tra due o più individui – ad esempio – potranno esserci degli scambi che sono per definizione mutualmente vantaggiosi, i quali dunque rappresentano il modo in cui la proprietà privata si declina nei rapporti interpersonali mostrando che – ogniqualvolta essa viene rispettata – l’unica tipologia di interazione non può che essere quella pacifica: se “A” dà qualcosa a “B” e “B” riceve qualcosa da “A” , ne segue che entrambi devono essere d’accordo sulla cosa scambiata, il che presuppone inevitabilmente una qualche forma di collaborazione ed accordo di reciproco riconoscimento dei rispettivi diritti di proprietà. Questa forma di cooperazione consente a tutti coloro che vi prendono parte di conseguire una conoscenza  ed un’abilità maggiori di quelli che avrebbero potuto conseguire se ciascuno avesse dovuto produrre tutto ciò di cui ha bisogno. Ogni individuo agisce in questo modo consciamente, perché la ragione gli dice che egli starà meglio se si specializzerà ed effettuerà lo scambio mentre starà peggio se non lo farà.  Ad un certo punto, gli individui si rendono conto che le proprie azioni non beneficiano solo se stessi ma anche gli altri scambianti; e dunque riconoscono anche sul piano astratto il principio di giustizia interpersonale e di progresso economico: tutti i risultati degli scambi volontari sono giusti, e il progresso dipende dall’estensione della divisione del lavoro basata sulla proprietà privata. Insomma, con il moltiplicarsi degli scambi volontari, le persone comprendono che il reciproco rispetto dei diritti di proprietà finisce per massimizzare il benessere generale e quindi vi sarà una certa tendenza sociale a mantenere intatti questi diritti.

Il libertarismo, però, non è (al contrario di quanti molti sostengono) una teoria in cui si presuppongono degli esseri umani a “razionalità olimpica” e che siano “infinitamente buoni”. Al contrario, riconosce che esistono degli individui che non vogliono rispettare i principi di proprietà privata e che vogliono distruggere in vari modi la divisione del lavoro. Ma se l’acquisizione di proprietà secondo le predette modalità può considerarsi moralmente giustificata ed economicamente vantaggiosa ne deve seguire che, mutatis mutandis, ogni deviazione dalle regole di proprietà viene definita come “invasione” o “aggressione” dell’integrità fisica o della proprietà di un’altra persona; un atto – questo – che può consistere in azioni esplicitamente violente (come il ferimento di un soggetto o il furto della proprietà dello stesso) oppure ingannevoli (come la frode, che viene considerata un furto implicito dal momento che essa consiste nell’appropriarsi della proprietà di altri palesando ingannevolmente condizioni senza le quali una delle due parti non avrebbe effettuato lo scambio). Dovrebbe essere chiaro, ai fini del ragionamento, che chiunque abbia un diritto di proprietà ha anche il diritto di conservare questa proprietà, di difenderla: non avrebbe senso, in effetti, possedere una casa senza la possibilità di escludere (se necessario, con la violenza) chiunque sia un aggressore indesiderato. Chiaramente, vanno subito messe in chiaro alcune cose: in primo luogo, vale il principio generale per cui il diritto di autodifesa non può arrivare fino alla violazione dei diritti di proprietà altrui, cioè non può eccedere la violazione effettuata dall’altro; principio – questo – in base al quale il danno subito deve essere frutto di una violenza concreta o minacciata della proprietà e quindi una violazione assoluta di questi diritti: ad esempio, una persona che ne minaccia un’altra con la pistola è chiaramente un’aggressione, non lo è, invece, una persona che apre un’azienda maggiormente competitiva rispetto alla propria in quanto in questo caso i diritti di proprietà di nessuno vengono alterati. In secondo luogo, stante il principio dell’autodifesa, bisogna osservare che il punto fino al quale può esplicitarsi il diritto di difesa è quello dedotto dal principio della proporzionalità rispetto all’entità dell’aggressione. Non ha senso, insomma, sparare ad un ragazzino perché ha rubato delle caramelle, in quanto la minuscola proprietà su una cosa non è equiparabile alla proprietà di se stesso del ladro. Occorre invece adottare il principio della pari misura: ossia l’invasore perde il proprio diritto nella misura in cui ha privato un altro del suo. Le armi, quindi, pur essendo una delle opzioni e non l’unica opzione disponibile per esercitare il diritto di autodifesa, questa “extrema ratio” deve essere necessariamente ammessa in una società libera, dal momento che deve essere concesso al proprietario di difendersi dalle aggressioni di entità maggiore.

Ma le armi libere, al di là del fatto di rappresentare uno strumento mediante il quale gli individui si difendono dalle aggressioni che altri membri della società civile perpetrano ai loro danni, svolgono un’altra grande, importantissima funzione: sono il miglior deterrente contro l’insorgere (o, in caso si stia parlando di una società miniarchista, dell’eccessiva crescita) di un unico, grande e monopolistico fornitore del servizio “sicurezza” all’interno della società: lo Stato. Pensiamoci un attimo: se sono molti i cittadini a possedere armi, non vi sarebbe bisogno alcuno di istituire un’unica, monopolistica forza di polizia “pubblica” che fornisca il servizio della sicurezza (o, se esiste, essa si troverebbe ad operare economicamente in un framework di libero mercato che fornirebbe alla stessa gli incentivi ad operare in maniera efficiente). Di come possano essere forniti i servizi di difesa sul libero mercato ne ho già parlato in un altro articolo: assicurazioni, vigilanza di quartiere e – molto più banalmente – autodifesa. Ebbene, se andiamo alla ricerca del fattore discriminante che rende possibile la difesa in una società libera mediante queste tre modalità, scopriamo che esso è rappresentato invariabilmente dalla presenza delle armi in mano alla popolazione: come può, infatti, un proprietario difendersi da un furto senza un’arma, o come può un insieme di proprietari che decidono di costituire un’associazione di vigilanza locale esperire i loro compiti senza le armi? Sarebbe impossibile. Poiché, però, delle modalità mediante le quali si possa attuare tutto ciò ne ho già parlato nel summenzionato articolo, vorrei ora concentrarmi sugli aspetti positivi della presenza di armi nelle mani dei singoli individui nella società libera. Chiaramente, i benefici sarebbero molteplici: in primo luogo, con una popolazione armata, i tassi di criminalità scenderebbero dal momento che il payoff che l’eventuale aggressore otterrebbe da un’eventuale aggressione sarebbe decisamente più basso come conseguenza della maggiore probabilità di incontrare un individuo armato che possa affrontarlo (in parole povere, il gioco non varrebbe più la candela). In secondo luogo, ed è questo il punto più importante, la presenza di armi fa sì che tutti coloro che anche da un punto di vista istituzionale intendano istituire un monopolio sulla sicurezza non possano semplicemente farlo, dal momento che un tale monopolio istigherebbe delle rivolte popolari tali e tante che i rivoltosi non ci penserebbero due volte ad usare i loro fucili d’assalto a ripetizione automatica contro l’aspirante monopolista. Tutto questo ha delle implicazioni anche, da terzo, sulle libertà civili della popolazione di una società veramente libera; perché se vi è una tale struttura di incentivi per cui alla minima violazione di una di queste libertà vi è un esercito di persone armate pronto ad ingaggiare una logorante guerriglia nascondendosi “behind every blade of grass” (dietro ogni filo d’erba), è chiaro che un potenziale aggressore monopolistico sia interno sia esterno ci penserà due volte prima di avventurarsi in una campagna che potrebbe costargli molto, ma molto cara. Se, ad esempio, un proprietario all’interno della società libera decidesse di sospendere la libertà di pensiero, almeno tutti gli abitanti di quel territorio (dico “almeno”, visto che questi ultimi potrebbero benissimo raccogliere alleati all’esterno) gli si rivolterebbero contro puntando i loro AR-15 contro di lui: una situazione molto spiacevole, non trovate? Le armi, quindi, sono il fondamento della Libertà.

E non è un caso, infatti, che tutti i regimi totalitari (da quelli comunisti in Russia ed Estremo Oriente, fino alle dittature nazifasciste in Europa) hanno avuto come prima preoccupazione quella di togliere le armi dalle mani dei privati per consegnarle nelle mani dello Stato e dei corpi di polizia da esso dipendenti: solo dopo aver fatto questo, ossia solo dopo aver eliminato qualsiasi mezzo disponibile ai privati per opporre resistenza armata, i regimi totalitari del Novecento e non solo hanno potuto implementare i loro programmi totalitari conducendo alle tragedie economiche, politiche, sociali ed umane che noi tutti conosciamo. Un esempio su tutti? Il TULPS (Testo Unico sulle Leggi di Pubblica Sicurezza) di “fascistissima” origine.  L’articolo 3 di questo testo unico datato 1931 (si avete capito bene, 1931, non esattamente l’epoca d’oro dei diritti civili) autorizza le perquisizioni domiciliari finalizzate alla ricerca di armi, qualora si nutrano dei sospetti “anche per indizio”, senza bisogno di alcun mandato dell’autorità giudiziaria. All’atto pratico, queste perquisizioni si risolvono quasi sempre in una nuvola di fumo, però la proprietà privata è stata violata dagli agenti del monopolista della violenza (lo Stato) senza che nel fare ciò essi abbiano commesso tecnicamente un reato: insomma, se porti il distintivo, non importa se ti comporti come un ladro perché tanto hai il TULPS a pararti la fedina penale. Confrontiamo questa situazione con il terzo e quarto emendamento della Costituzione USA (paese noto per le sue armi):

Nessun soldato potrà, in tempo di pace, essere acquartierato in una casa senza il consenso del relativo proprietario, né in tempo di guerra se non nei modi che saranno prescritti dalla legge.

, e

Il diritto dei cittadini ad essere assicurati nelle loro persone, case, carte ed effetti contro perquisizioni e sequestri non ragionevoli, non potrà essere violato, e non potranno essere emessi mandati se non su motivi probabili, sostenuti da giuramenti o solenni affermazioni e con una dettagliata descrizione del luogo da perquisire e delle persone o cose da prendere in custodia.

Tutta un’altra musica, insomma. Ma la storia delle armi come “wildcard” della libertà ce la mostra pure le parole di Lenin sul controllo delle armi, che recitano come segue:

“Armate il proletariato per fare la rivoluzione, ma successivamente disarmatelo per impedirgli di farne un’altra in futuro”.

In entrambi i casi, fascismo e comunismo, sappiamo bene come è andata a finire. Insomma, come sostiene il grande Thomas Jefferson, se è vero che “quando il popolo ha paura del governo, c’è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c’è libertà”, allora le armi in mano agli individui sono la migliore garanzia che la giusta paura venga provata dal giusto interessato.

Tali argomenti sembrano di tutto buon senso, ma ci sono alcuni che – nonostante questo – si oppongono alla libera circolazione e detenzione delle armi da fuoco perché esse, affermano, aumenterebbero la violenza all’interno della società. Più armi ci sono in giro, insomma, e più aumenterebbe la violenza. È davvero così? Per capirlo, dobbiamo vedere cosa ci dicono i dati. Intanto un piccolo dato che proviene dagli Stati Uniti, la patria del Secondo Emendamento e delle “armi libere”: la gran parte dei crimini violenti viene commessa da persone che detengono armi illegalmente, come ci illustra questo grafico che mostra i risultati di uno studio dell’Università di Pittsburgh in cui si evidenzia – in particolare – che solo un quinto dei legali possessori di armi commette dei crimini violenti:

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Gli stessi ricercatori hanno scoperto che in circa 8 casi su 10, l’autore non era un legittimo proprietario di armi, ma piuttosto quello che era in possesso illegale di un’arma che apparteneva a qualcun altro. Il problema, quindi, non sarebbero le armi legali quanto piuttosto quelle illegali. Per definire la questione della legalità/illegalità delle armi entriamo brevemente nella spinosa questione dei cosiddetti “background checks” , ossia dei controlli che vengono effettuati prima di concedere il porto d’armi. In una società libera, così come esistono in una società più o meno statalista come la nostra, questi controlli sarebbero comunque presenti: è chiaro che è nell’interesse di ogni venditore di armi effettuare efficientemente una “selezione” dei soggetti a cui vendere i loro prodotti, dal momento che è nel loro interesse limitare le conseguenze penali che deriverebbero dall’aver venduto un’arma ad un soggetto non idoneo all’uso delle stesse. Al contrario, in un sistema statalista come il nostro, lo Stato non ha alcun incentivo di sorta ad effettuare con efficienza tali controlli ed ecco che – ad esempio – troviamo che quasi tutti i cosiddetti “mass shooters” hanno una storia ben documentata di problemi riguardante problemi di salute mentale (sia deliranti/psichiatrici sia di problemi del tipo depressione/rabbia), così come sono noti per i loro comportamenti inusuali, o comunque riconducibili ad atti di violenza interpersonale. Questo accade soprattutto nelle aree urbane, in cui un piccolo numero di trasgressori violenti recidivi sono in genere responsabili della maggior parte della violenza armata.

Vediamo invece che succede quando parliamo del “concealed carry”, ossia del diritto delle persone di portare le armi e di non palesare che lo stanno facendo. In merito a ciò, come fa notare un articolo del Washington Post, a tassi di persone con “concealed carry” maggiori sono associati  sono ancora più fortemente  con la riduzione della criminalità violenta rispetto agli Stati in cui è permesso solo un “open carry”. La ragione probabile di questo è che gli studi relativamente a questo ambito spesso includono stati che impongono l’”open carry”, i quali non hanno dimostrato di essere correlati con più persone che effettivamente trasportano o addirittura possiedono armi da fuoco. I tassi di possessori di armi con permesso di trasporto nascosto sono indicatori migliori del numero di persone che effettivamente possiedono e trasportano armi da fuoco all’interno di una determinata popolazione.

Ma andiamo avanti e vediamo se è vero che una maggiore presenza di armi aumenta il crimine. La cosa bella di questi dati è che si possono misurare mediante una bellissima cosa che i più informati tra di voi lettori (oppure appassionati di matematica, nel mio caso, entrambe le cose) sanno chiamarsi con il nome di regressione lineare. Cosa fa una regressione lineare? Semplicemente misura il grado di correlazione di una misurazione statistica di un fenomeno rispetto ad un’altra: in poche parole, ci dice quanto quel fenomeno è correlato al verificarsi di un altro. Per fornire un’interpretazione dei dati chiara, alcune considerazioni preliminari. Se la retta di regressione “normale” mostra un’inclinazione positiva vi è una correlazione diretta tra le due variabili, se c’è una correlazione negativa la pendenza sarà negativa e se non esiste correlazione la retta tenderà ad essere piatta. Se guardiamo ai numeri (quelle belle cose che agli antiarmi, spesso, non piacciono) i risultati sono sorprendenti. Prendiamo nel nostro primo esempio i dati del 2008 ed iniziamo con il bellissimo grafico seguente che ci illustra il tasso di omicidi in ogni paese (se avete dubbi sulla veridicità dei dati, potete controllarli qui):

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Gran parte del dibattito si concentra sui dati sul tasso di possesso delle armi per  i 109 paesi dell’indagine Small Arms. Ci sono problemi reali con questo sondaggio. Forniscono solo fonti per 20 paesi europei con i dati delle rilievi del 2005, che si adeguano in modo inspiegabile alle spiegazioni dei dati negli anni successivi. Dopo ripetute richieste per molti anni, la Small Arms Survey e Aaron Karp, che ha lavorato a questi rapporti, si sono rifiutati di fornire ulteriori informazioni. Anche la registrazione delle unità di armi sarebbero problematici. Quando il Canada tentò alla fine degli anni ’90 di registrare i suoi 15 milioni di dollari stimati in 20 milioni di armi a canna lunga, circa 7 milioni furono effettivamente registrati. Negli anni ’70, la Germania ha registrato 3,2 milioni dei 17 milioni di fucili stimati nel paese. Negli anni ’80, l’Inghilterra immatricolava solo circa 50.000 dei 300.000 fucili a pompa e semiautomatici stimati nel paese. Anche negli Stati Uniti, ci sono prove che le indagini sui tassi di possesso di armi non sono molto accurate. In molti paesi in cui la proprietà delle armi è illegale, le indagini mostrano continuamente la proprietà di zero armi anche quando chiaramente non è così. Per rendersene conto, basta prendere i presunti tassi di possesso di armi per Israele (7 ogni 100 persone) e per la Svizzera (presumibilmente 47 pistole ogni 100 persone). Chiunque sia mai stato in Israele sa che questa stima è ridicolmente bassa. Infatti, in passato fino al 12 per cento della popolazione ebraica adulta in Israele ha portato armi in pubblico. Il problema di questa indagine esclude le armi che sono tecnicamente di proprietà del governo. La stragrande maggioranza delle armi in Israele sono tecnicamente di proprietà del governo, ma se le persone hanno il possesso di armi nelle loro case per decenni, il problema dovrebbe essere chi le usa effettivamente, non chi le possedeva in teoria. Allo stesso modo, all’epoca dell’indagine sulle armi leggere, tutti i maschi svizzeri di età compresa tra i 18 e i 34 anni tenevano le loro armi militari nelle loro case. Dopo i 34 anni, potrebbero chiedere il permesso di continuare a mantenere le loro armi militari e la maggioranza ha scelto di farlo. Solo all’età di 65 anni gli svizzeri hanno la possibilità di acquistare queste armi per la propria proprietà privata. Anche le armi israeliane sono escluse per lo stesso motivo. Un voto del 2011 in Svizzera per non richiedere più che le armi per coloro che sono militari siano conservate in casa è stato sconfitto con un risultato del 57% contro il 43%. Il Small Arms Survey sostiene che gli Stati Uniti hanno di gran lunga il più alto livello di possesso di armi, con 88,8 armi ogni 100 persone. Sia Israele che la Svizzera hanno probabilmente tassi di possesso di armi molto più elevati, ma includendoli, come fa l’indagine sulle armi di piccole dimensioni, distorcono i risultati in modo che questi paesi sembrino più bassi di quanto non siano in realtà. La proprietà delle armi negli Stati Uniti è così alta rispetto ad altri paesi che guida qualsiasi risultato di regressione. Inoltre, ciò che la maggior parte delle persone non capisce è che ci sono omicidi e omicidi. Le statistiche sugli omicidi mettono in un mare magnum le statistiche degli omicidi violenti e non legati alla legittima difesa con gli omicidi giustificabili (quando un agente di polizia o un civile uccide qualcuno per legittima difesa). Negli Stati Uniti, nei cinque anni dal 2011 al 2015, ci sono stati in media 11.577 omicidi  del secondo tipo  da fuoco e 8.786,4 omicidi con armi da fuoco del secondo. Questo divario è molto più grande negli Stati Uniti rispetto ad altri paesi, quindi confrontare i tassi di omicidi del primo tipo invece che i tassi di omicidi del secondo esagera il tasso degli Stati Uniti rispetto ad altri paesi. Infine, come abbiamo detto, l’omicidio non è un problema a livello nazionale negli Stati Uniti; è un problema in un piccolo insieme di aree urbane. Nel 2014, il peggior 2 per cento delle contee ha il 2 per cento degli omicidi. Nel 5 per cento delle contee avvengono il 68 per cento degli omicidi. Eppure, anche all’interno di queste contee con tutti questi omicidi, ci sono grandi aree senza omicidi. Inoltre c’è il problema del concealed carry, esaminato sopra, che tende a distorcere questi dati.

Tuttavia, al di là di queste obiezioni, possiamo trarre delle importanti conclusioni dai fatti. Guardando a tutti i paesi per i quali la Small Arms Survey ha misurato la proprietà delle armi, e utilizzando i dati di Small Arms Survey nel modo in cui misura la proprietà delle armi, implica che più armi equivalgono a un minor numero di omicidi, come ci mostra il seguente grafico:

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Il rapporto tra i tassi di omicidi e la presunta misura della proprietà delle armi ha fornito la Small Arms Survey mostra che anche con la loro misura ovviamente di parte della proprietà delle armi, più possesso di armi è associato a meno omicidi, anche se la relazione non è statisticamente significativa.  Ma c’è un problema: poiché si vede dal grafico che gli USA sembrano essere un dato “outlier”, dobbiamo vedere quello che succede quando “correggiamo” i dati:

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Ancora una volta, as expected, esiste una relazione negativa tra numero di armi e numero di omicidi. Mistero o conferme empiriche di una teoria solida anche (e, direi, soprattutto) dal punto di vista formale? Chissà…

Ma, diranno i più scettici di voi, questi sono dati “vecchi”, che possono essere cambiati nel corso del tempo. Siccome a me gli avvocati del diavolo piacciono (perché, sotto sotto, io spesso mi comporto nello stesso modo), mi sono preso la briga di ricercare delle statistiche fornite dal quotidiano “Guardian” in merito, i cui risultati vengono rappresentati da questo grafico effettuato da me sulla base di quei dati che si riferiscono al 2017:

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La linea rossa è la retta di regressione “normale”, ossia il trend che i dati dovrebbero seguire se ci fosse una relazione positiva tra numero dei morti e numero di armi. Come si vede, i puntini blu – ossia le osservazioni realmente effettuate – mostrano una aderenza a questa retta praticamente nulla (per la precisione, pari a 0,32), il che sta ad indicare che esiste una correlazione tra numero di armi e numero di morti praticamente nulla. Citando l’illustre esponente dell’Illuminismo italiano Cesare Beccaria, insomma,

“Falsa idea d’utilità è quella che antepone gl’inconvenienti particolari all’inconveniente generale, quella che comanda ai sentimenti in vece di eccitargli, che dice alla logica: servi. 
Falsa idea di utilità è quella che sacrifica mille vantaggi reali per un inconveniente o immaginario o di poca conseguenza, che toglierebbe agli uomini il fuoco perché incendia e l’acqua perché annega, che non ripara ai mali che col distruggere. 
Le leggi che proibiscono di portar le armi sono leggi di tal natura; esse non disarmano che i non inclinati né determinati ai delitti, mentre coloro che hanno il coraggio di poter violare le leggi piú sacre della umanità e le piú importanti del codice, come rispetteranno le minori e le puramente arbitrarie, e delle quali tanto facili ed impuni debbon essere le contravenzioni, e l’esecuzione esatta delle quali toglie la libertà personale, carissima all’uomo, carissima all’illuminato legislatore, e sottopone gl’innocenti a tutte le vessazioni dovute ai rei?  Queste peggiorano la condizione degli assaliti, migliorando quella degli assalitori, non iscemano gli omicidii, ma gli accrescono, perché è maggiore la confidenza nell’assalire i disarmati che gli armati”. 

C’è un’unica correlazione positiva in merito alle armi: più armi significa più libertà e noi, come liberai o libertari che miriamo a costruire una società libera, non possiamo fare a meno di dimenticarcelo.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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