Ultimamente ho avuto l’occasione di discutere con alcuni miei colleghi universitari liberisti non austriaci sulla validità o meno dei modelli macroeconomici che ci vengono insegnati nelle aule universitarie e siamo andati a parare nel discorso dell’affidabilità o meno del modello neoclassico. In questo articolo vi presenterò brevemente il pensiero economico di questa scuola, offrirò dei rilievi critici rispetto ai contenuti della stessa, e mi impegnerò a fornire un argomento molto solido in funzione del quale – a mio avviso – austriaci e neoclassici non solo non debbano essere antagonisti ma che debbano e possano unire i pregi e le debolezze di entrambe le teorie per favorire la nascita di un movimento economico che dia voce alle istanze del libero mercato in Italia e non solo.

Nella seconda metà dell’Ottocento, con tre opere quasi contemporanee – “Principi di economia” (1871) di Menger, “Teoria dell’economia politica” (1871) di S. Jevons ed “Elementi di economia politica pura” (1874) di L. Walras – si apre una fase nuova nella storia dell’economia politica: l’epoca neoclassica. Questa scuola di pensiero economico si pone in decisa continuità con gli autori del calibro di Adam Smith e di Francois Quesnay in termini di conclusioni, sebbene totalmente diversi sono i presupposti metodologici alla base delle conclusioni stesse.

Centrale nella teoria neoclassica è infatti l’applicazione del metodo marginalistico alla teoria del valore: i neoclassici sono stati i primi (assieme agli austriaci, rispetto ai quali vi sono delle dovute differenze) a scoprire il principio dell’utilità marginale decrescente, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di confutazione delle teorie marxiste in termini di valore, prezzo e teoria sociale e politica. Nel procedere con l’acquisizione di unità successive di un bene o servizio, il valore (utilità) attribuito dall’utilizzatore a ciascuna unità addizionale deve necessariamente ridursi. Infatti, la prima unità di un bene sarà destinata a soddisfare un bisogno (obiettivo) giudicato più importante, mentre la seconda unità un bisogno necessariamente meno importante del precedente, e così via. Poiché i beni sono scarsi (limitati), ciascuna unità di essi sarà utilizzata per soddisfare il bisogno in quel momento più urgente; dunque l’unità successiva per forza andrà a soddisfare un bisogno meno urgente del precedente (ma più urgente del successivo). Dunque il valore (utilità) della prima unità per l’agente sarà maggiore del valore fornito dalla seconda unità. Questo è il principio dell’utilità marginale, la cui scoperta è dovuta tanto a Menger quanto a Walras e Jevons; e se questo principio è vero ne consegue che la teoria oggettiva del valore di Marx deve essere falsa, perché non può essere vero che il valore di un bene viene determinato dalla quantità di lavoro “socialmente necessario” se è l’utilità che quel bene apporta a dare valore al bene. Da qui discende l’uso della tecnica marginalistica nella determinazione delle quantità prodotte, consumate, risparmiate dai singoli soggetti avviene attraverso il cosiddetto principio marginalistico (e per questo motivo tali autori vengono anche chiamati “marginalisti”): grazie a questo metodo per questi autori è stato possibile raggiungere una delle più alte vette in termini di teoria del valore e di determinazione delle grandezze di equilibrio. Inoltre, come evidenzia Pietro Vernaglione:

“Contrariamente al pensiero classico, che aveva affrontato l’analisi economica partendo dai grandi aggregati collettivi, e in particolare dalle classi sociali, la teoria neoclassica conduce la sua analisi esaminando il comportamento del singolo individuo. La società è composta di singoli operatori indipendenti (imprenditori, lavoratori, consumatori), collocati su un piano di parità e non discriminati da rigorose distinzioni di classe. Si suppone che ogni individuo si comporti in modo razionale, cercando di perseguire il massimo benessere (utilità) individuale. E dunque l’imprenditore cercherà di ottenere il massimo profitto. Il lavoratore sceglierà, in base al reddito conseguibile e alla disutilità del lavoro, se occuparsi alle dipendenze di un’impresa o se lavorare come indipendente (imprenditore, artigiano, ecc.). Il consumatore spenderà il proprio reddito realizzando la combinazione di beni che gli procurerà il massimo benessere e ripartirà il proprio reddito in modo da ottimizzare il rapporto tra consumi presenti e risparmio (consumi futuri)”.

 

Quali sono le conclusioni che vengono tratte sulla base di queste premesse?  All’origine del sistema economico neoclassico esistono tre dati di partenza che sono fondamentali e che sono dati: 1) le risorse disponibili (lavoro, terra, materie prime ecc.), 2) la tecnologia (cioè le conoscenze tecniche), 3) le preferenze dei soggetti economici.  Sulla base di questi tre dati iniziali (che si chiamano non a caso “fondamentali”) la teoria neoclassica determina, attraverso un ragionamento logico-­deduttivo supportato dall’analisi matematica, tutte le grandezze del sistema economico (quantità prodotta, consumi, risparmi, investimenti, prezzi ecc.). Il sistema economico neoclassico prende il via con l’attività degli imprenditori, che acquistano i fattori produttivi disponibili sul mercato, li combinano insieme e realizzano la produzione: questo rappresenta l’offerta. Come ci insegna la teoria economica, affinché vi sia una situazione di equilibrio è necessario che questi beni e servizi prodotti vengano acquistati. È necessario, cioè, che vi sia una domanda equivalente. Vediamo quali sono le condizioni indispensabili affinché ciò avvenga. Ed è qui che entra in gioco la legge di Say:

“Un prodotto terminato offre da quell’istante uno sbocco ad altri prodotti per tutta la somma del suo valore. Difatti, quando l’ultimo produttore ha terminato un prodotto, il suo desiderio più grande è quello di venderlo, perché il valore di quel prodotto non resti morto nelle sue mani. Ma non è meno sollecito di liberarsi del denaro che la sua vendita gli procura, perché nemmeno il denaro resti morto. Ora non ci si può liberare del proprio denaro se non cercando di comperare un prodotto qualunque. Si vede dunque che il fatto solo della formazione di un prodotto apre all’istante stesso uno sbocco ad altri prodotti”.

Cerchiamo di capire cosa voglia dire Say, allo scopo di capire a fondo l’essenza di quello che ci dice l’economista francese. Per offrire una merce sul mercato l’imprenditore deve prima remunerare tutti i fattori produttivi utilizzati per produrlo (salari, profitti, rendite). La distribuzione delle remunerazioni dei fattori produttivi crea un potere di acquisto aggiuntivo a disposizione dei soggetti economici che si traduce in una crescita della domanda su tutti i prodotti (mercati). Con questa identità contabile Say dimostra l’impossibilità di un eccesso di offerta generalizzato, di una crisi o di un ingorgo generale delle merci. Quando un produttore produce una merce, crea immediatamente uno sbocco per altri prodotti. In sintesi, in una economia di libero mercato ciascun soggetto ai prezzi di mercato sceglie di essere compratore o venditore. Se in un dato momento si ha un eccesso di offerta, i prezzi tenderanno a scendere. La discesa dei prezzi renderà conveniente nuova domanda. È in tal senso che l’offerta è sempre in grado di creare la propria domanda. In caso di crisi da sovrapproduzione il rimedio delle crisi non doveva perciò, secondo Say, ricercarsi in un intervento dello Stato ma in una capacità autoregolatoria del mercato. In ogni caso, poi, il libero scambio fungerebbe di per sé da rimedio, portando di necessità alla formazione di un nuovo equilibrio economico. Questa legge è detta anche legge degli sbocchi, poiché ogni produzione troverebbe sempre un naturale sbocco sul mercato. Say quindi era convinto che il mercato lasciato a sé stesso tendesse a raggiungere l’equilibrio di piena occupazione. Ci sono due corollari della legge:

  1. Ogni produzione genera un reddito di importo equivalente;
  2. Tutto il reddito viene sempre interamente speso (direttamente o indirettamente).

La legge di Say dice, sostanzialmente, che se la società produce e lavora essa avrà i mezzi per comprare ciò che produce ossia, banalizzando, significa che il proprietario di un negozio di alimentari – vendendo i suoi beni e servizi – avrà il denaro per comprare la frutta del fruttivendolo, il quale a sua volta avrà il denaro per comprare un paio di scarpe e via dicendo. L’idea che una società che produce non possa mancare di entrate da spendere appare spesso sconcertante, in quanto ci si chiede cosa succede se i compratori non hanno denaro da spendere. Ma la legge di Say ci dice che l’atto stesso del produrre beni rilascia il denaro necessario per comprare i beni. Pensiamo, per esempio (tratto dal libro di Hunter Lewis “Tutti gli errori di Keynes”) ad un conto economico dei profitti e delle perdite di un’azienda:

Acme Products Company

Vendite (reddito): 10.000.000$

Spese:

Materie prime: 2.000.000$

Dipendenti: 6.000.000$

Altri costi: 1.000.000$

Totale: 9.000.000$

Profitto: 1.000.000$

Ogni voce di spesa rappresenta del denaro che esce prima dell’immissione del prodotto “Acme” nell’economia e tali spese rappresentano la remunerazione dei fattori produttivi e quindi ogni dollaro di denaro verrà speso. Probabilmente non verrà speso sui prodotti “Acme”, in quanto quest’ultima azienda troverà compratori solo se i suoi prodotti hanno una buona qualità e non sono più costosi di quelli dei concorrenti; ma al di là del fatto che la gente acquisti prodotti “Acme”, i 9.000.000 di dollari spesi nella remunerazione dei fattori, in aggregato, ovvero considerando l’insieme dei mercati del sistema economico, farà sì che ognuno di questi fattori userà il suo reddito spendendolo o risparmiandolo; in tal modo il sistema economico sarà sempre in equilibrio. Il lettore attento dirà, a questo punto, che solo il 90% delle vendite viene immesso nell’economia; tuttavia anche quel 10% viene speso o in investimenti interni all’azienda (e questo significa che il denaro tornerà a “circolare” all’interno dell’economia sotto forma di acquisti di nuovi macchinari e/o assunzioni di nuovi lavoratori) oppure in investimenti esterni all’azienda stessa (e questo significa che il denaro risparmiato servirà ad espandere altre attività). La teoria neoclassica (con tutte le sue varianti più o meno aderenti all’originale) ci dice, insomma, che il settore privato è fondamentalmente stabile, che i mercati raggiungono l’equilibrio spontaneamente e che il reddito aggregato viene massimizzato quando accade ciò.

Alcune considerazioni. Quando oramai sette/otto anni fa mi sono approcciato all’economia lo feci proprio leggendo il libro di due liberisti italiani (Alesina e Giavazzi) che illustra molto bene come il mercato sia fondamentalmente stabile e che spesso – l’accusa di irrazionalità che viene imputata agli attori del settore privato – è spesso dovuta a regole cattive ed istituzioni estrattive che mediante tasse, spesa pubblica e debito ostacolano e falsano il libero agire delle forze di mercato, quella “medicina classica” che nemmeno il Keynes, nel suo saggio del 1946 “La bilancia dei pagamenti negli Stati Uniti”, ebbe la forza di rigettare del tutto quando scrisse che:

“Mi trovo spinto, non per la prima volta, a ricordare agli economisti contemporanei che l’insegnamento classico incorporava delle verità permanenti di grande importanza, che noi oggi siamo responsabili di aver trascurato perché le associamo a dottrine che non possiamo adottare senza titolo. In questi problemi correnti forze sotterranee sono al lavoro, forze naturali, si potrebbe chiamarle anche mano invisibile, che stanno operando verso l’equilibrio. Se non fosse così, non avremmo potuto raggiungerlo così bene come abbiamo fatto per molti decenni passati”.

Sono passati sette anni da quando mi sono appassionato all’economia e molte cose sono cambiate; in primo luogo la mia appartenenza alla scuola neoclassica che – dopo una breve parentesi monetarista e della Nuova Macroeconomia Classica (Sargent e Lucas) – si è convertita in un’adesione alla Scuola Austriaca di Mises, Menger ed Hayek. Quello che mi ha spinto a questa “conversione” è stato il bisogno di spiegare in che modo un mercato imperfetto, fatto da persone con gusti eterogenei ed in cui venga inserito l’elemento temporale, possa comunque raggiungere un equilibrio dinamico grazie all’azione del settore privato privo di interferenze esterne. In questo ritegno che la teoria della Scuola Austriaca riesca a fare magistralmente il suo lavoro. Il fatto che io venga da un passato neoclassico mi pone in una condizione intermedia tra quello che è l’essere un Austriaco “ortodosso” (per il mio approccio singolare all’analisi economica utilizzando sia la teoria che i dati) e il neoclassico “puro” (perché non credo che la matematica ed il positivismo siano il corretto metodo di indagine della scienza economica), perché penso che entrambi i pensieri mi hanno enormemente influenzato; soprattutto in termini di come io penso che vada utilizzata la teoria ed il rapporto della stessa con i dati. Per quanto mi riguarda, non posso che aderire al metodo di indagine della scuola austriaca; in primo luogo perché ritengo che l’oggetto dell’economia (l’azione dell’essere umano) richieda un metodo totalmente diverso da quello delle scienze naturali (perché come detto e come accettato da tutti l’economia è una scienza sociale e quindi deve adeguarsi al suo oggetto di studio, ossia l’uomo). Chiaramente, quando parlo di “uomo” non mi sto riferendo ad un individuo in particolare: questo concetto va inteso in senso astorico, dal carattere generale, che si riferisce a delle caratteristiche possedute da tutti e da nessuno in particolare. E qual è la caratteristica generale per eccellenza? Come avrete avuto già modo di intuire questa caratteristica è che ogni uomo agisce: è questo il fondamentale assioma dell’economia da cui derivano tutte le conclusioni particolari della disciplina. Questo assioma, molto brutalmente, dice soltanto che l’uomo ha dei fini e che per conseguirli usa dei mezzi. In questo senso, dobbiamo riconoscere la natura formale (dato che non vi è alcun interesse contenuto delle varie azioni e dei fini che le originano) dell’assioma stesso che rende la scienza economica – per definizione – formale allo stesso modo. Per dirla con Kant, questo assioma è “apodittico” dà certezza all’intera struttura prasseologica della teoria economica. In secondo luogo perché sono ben consapevole delle fallacie logiche inerenti al positivismo, ossia a quella credenza secondo la quale l’unico (e badate bene a questa affermazione) fondamento della scienza sono i dati, ossia che tutti gli eventi, naturali o economici, sono correlati – per dirla con Kant – solo in via ipotetica. Se stanno le cose così, due sono le alternative: se questa stessa proposizione è vera in via ipotetica, non è un’affermazione epistemologica, perché afferma una cosa che non è certa (è una proposizione ipoteticamente vera riguardante proposizioni ipoteticamente vere). È una proposizione che indebolisce se stessa. Ma allora se l’affermazione che tutti gli eventi sono correlati solo in via ipotetica è ipotetica, vuol dire che potrebbe essere vero anche il contrario, e dunque ciò significa che possono esistere proposizioni vere a priori, categoriche (e potrebbero essere le proposizioni economiche, come suggerisce la teoria Austriaca). Se, invece, la proposizione empirista è considerata vera in termini categorici, a priori, allora vuol dire che si sta assumendo che si può dire qualcosa di vero a priori sul modo in cui gli eventi sono correlati; ma ciò falsa la tesi contenuta nella proposizione.

Questo non mi esime però dal non considerare i “dati” che vengono registrati dalle statistiche economiche che, per quanto limitate, ci sono e non possono essere ignorati. Come conciliare queste due tendenze (apparentemente), a mio avviso, contrapposte? Semplicemente non mancando di considerare – come Mises stesso sosteneva – che è vero che l’azione è un fenomeno che per essere studiato correttamente necessita di un metodo apriori e assolutamente contrario al positivismo, ma è allo stesso modo vero che l’azione – nel mondo reale – ha degli esiti quantitativi: le preferenze qualitative di (ad esempio) un consumatore si esplicitano sempre in scelte di quantità e prezzi che sono espressi in moneta, unità di misura e – in generale – numeri; un fatto – questo – che a mio avviso risponde all’annosa questione di “teoria” e “prassi”: la teoria è la “cassetta degli attrezzi”, la “lente di ingrandimento” che ci permette di esaminare i dati del mondo reale; è questa la convinzione che ogni volta che scrivo articoli di economia mi muove nel dare un’infarinata di teoria prima e di mostrare i dati poi. Perché se è vero che i dati senza la teoria sono “stupidi” (per citare una frase di Friedrich Nietzsche scritta ne “La Gaia Scienza”, con la quale egli intendeva dire che i dati da soli non sono sufficienti ad aumentare la conoscenza di una persona); è altrettanto vero che una teoria senza i dati che la supportano è pura speculazione ideologica, che allo stesso modo dei dati “stupidi”, non contribuisce in modo positivo al dibattito nel mondo economico e politico in generale. Proprio come Kant ci insegna, la conoscenza è data dall’incontro tra le strutture a priori dell’essere umano ed il famoso (quanto introvabile) “Noumeno”: realtà empirica e prassi teorica, sono questi i necessari passi per una conoscenza scientifica (economica) che voglia dirsi propriamente tale. E non sono solo io a dirlo tutto ciò, ma lo fanno anche i signori del Mises Institute in Alabama (i quali, tra l’altro, gestiscono il Quarterly Journal of Austrian Economics, dove si conducono degli ottimi lavori di ricerca empirica e dal quale traggo spunto per molti dei miei articoli). Come fa correttamente notare Per Bylund ((noto esponente della Scuola Austriaca che è Fellow del Mises Institute e Assistant Professor of Entrepreneurship & Records-Johnston Professor of Free Enterprise presso la School of Entrepreneurship della “Spears School of Business” presso l’ “Oklahoma State University“, nonché Associate Fellow del “Ratio Institute” di Stoccolma) in un articolo sul tema, quindi:

“Gli studi ed i dati empirici (che nella terminologia della Scuola Austriaca vengono denominati con il sostantivo “storia”) sono estremamente importanti ed hanno un’importanza maggiore che nell’economia mainstream. Mises lavorò a degli studi applicati presso la Camera di Commercio di Vienna e fondò lo “Austrian Institute for Business Cycle Research”, alla guida del quale mise – per la prima volta – Hayek. È qui che Hayek condusse la gran parte delle ricerche che gli permisero – più tardi, nel 1974 – di vincere il Premio Nobel. Quello che i critici della Scuola Austriaca non capiscono è la definizione di “Teoria” che – in un’ottica della Scuola Austriaca – è molto più ampia di quello che spesso si intende, e che non viene definita quindi come una serie di ipotesi astratte quanto, piuttosto, come un elenco di affermazioni di per sé veri. La teoria economica della Scuola Austriaca non trova nelle osservazioni empiriche (che di per sé sono strutturalmente imprecise) l’origine delle sue proposizioni; ma ciò non significa che essa non possa essere utile per orientarsi nell’interpretare i dati economici, né che gli Austriaci non abbiano fatto né tutt’ora fanno dei lavori di ricerca empirica. […] Ciò non rende la teoria estranea al mondo reale, ma solo più affidabile. Proprio come, ad esempio, gli ingegneri possono usare la matematica per fare calcoli affidabili su progetti del mondo reale, gli austriaci usano la teoria economica come strumento per scoprire le vere vicende dell’economia reale.

Stanti queste premesse, credo che gli esponenti di entrambe le parti debbano dare una prova di maturità: gli uni riconoscendo che senza teoria (intesa come insieme di proposizioni logiche derivate deduttivamente dall’assioma dell’azione) non si possono interpretare i dati; e gli altri riconoscendo che una teoria senza tentativi di giustificazione empirica è vuota e fine a se stessa. In un mondo dominato dallo statalismo e dall’interventismo dello Stato in economia non c’è spazio – a mio avviso – per delle querelles su chi sia più liberale e liberista tra neoclassici e austriaci (le cui litigate su chi è più liberista, e lo dico da austriaco, sono un po’ come quelle che fanno i ragazzini per le figurine del calcio): quando gli estremisti di entrambe le parti capiranno che è spesso dai propri avversari che si possono fare le più grandi conquiste teoriche nel campo economico e non solo, forse potremo sperare di ricostruire qualcosa che somigli ad una società un po’ più libera, piuttosto che una basata su di una sempre maggiore pianificazione statale che – quella si – a livello teorico ed empirico ha creato sempre molti danni al genere umano.

 

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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