Qualche giorno fa ho scritto un articolo su Pandemia e irrazionalità. I punti centrali erano i seguenti:

(1) Le misure strategiche non farmaceutiche usate per contrastare la diffusione del covid-19 hanno basi scientifiche.

(2) Alcune misure strategiche (e.g. il lockdown) sono particolarmente pesanti e generano problemi per ciò che riguarda le libertà individuali.

(3) Altre strategie non farmaceutiche (e.g. tracciamento e mascherine) sono un giusto compromesso tra misure di contenimento della pandemia e libertà individuali.

(4) Se c’è la possibilità di adottare le strategie meno invasive, allora le scelte del governo pro-lockdown sono eccessive e irrazionali.

(5) (4) non vuole dire che le scelte del governo siano state, sul piano sanitario, fasulle.

(6) Il governo ha piegato l’emergenza in chiave politica ma, per fortuna, è stato costretto a scegliere tra una serie di alternative scientificamente valide (lockdown, mascherine, tracciamento, ecc.). Ha scelto però le strategie politicamente più utili per difendere l’idea che il governo servisse a qualcosa.

(7) L’adozione di strategie del tipo (3) sviluppata attraverso una gestione decentrata sarebbe la scelta razionale da fare.

In conclusione, l’irrazionalità era presente sia nei meccanismi sottesi alle scelte del governo, sia a chi negava che queste misure fossero realmente utili. Il problema è che le scelte del governo sono più gravi perché incidono molto di più.

Dopo aver condiviso il post ho avuto modo di scambiare delle battute con alcuni interlocutori. Ho rielaborato la discussione per questa rubrica.

  1. Accettare i rischi

Poniamo che una popolazione non voglia fare il lockdown. Mettiamo che nella scala di preferenze di una comunità non fare il lockdown venga prima di evitare i morti della pandemia. Cito dai commenti (Pietro Agriesti):

Ora, quali procedure, quali canali istituzionali, quali modalità esistono e sono previste perché una popolazione possa esprimersi in questo senso oggi? Perché si assume direttamente che il problema sia trovare e applicare la strategia più efficace per contrastare il covid? […] Mettiamo che a prescindere 60 milioni di persone vogliano rifiutare il lockdown in massa. Non dovremmo tenere presente questa possibilità e darle modo di esprimersi?

  1. Risposta: 90% vs 10%

Innanzitutto credo sia inverosimile che accada. Potrebbe esserci però, più plausibilmente, una maggioranza schiacciante (diciamo il 90% degli individui) che preferirebbe rifiutare qualunque strategia di protezione dalla pandemia. In linea teorica ognuno avrebbe il diritto di scegliere per sé come preferisce. Ma dal momento che ci sono evidenze inconfutabili riguardo le strategie di protezione che dimostrano che se io scegliessi di proteggermi non potrei farlo se il resto del mondo scegliesse di no, allora la scelta del 90% della gente violerebbe il principio di non aggressione (nap). Quindi posso scegliere di sottopormi ai rischi se non trascinassi con me altri. Non c’è contraddizione nel sostenere che il 10% debba essere salvaguardato anche a scapito di scelte altrui. Questo perché non si tratta di situazioni simmetriche. La scelta del 90% pone un rischio al restante 10% che il 10% invece non pone al 90%.

Nel caso in cui fosse il 100% invece, allora non si porrebbe il problema. Nessuno potrebbe imporre alla totalità una strategia del genere.

Possiamo piuttosto pensare che il problema sia il fatto che ad applicare queste strategie sia lo Stato (e infatti alla fine dell’articolo critico il fatto che queste scelte spettino al governo; vedi i punti (6) e (7) della sintesi fatta all’inizio di questo testo), però poniamo che in una situazione senza Stato si presenti la stessa circostanza. Cosa bisognerebbe fare? Credo che bisognerebbe rispettare la libertà individuale nei limiti della libertà di altri. Per cui il 10% a rischio non dovrebbe essere soggetto al rischio arbitrario del 90%, che sia maggioranza o meno.

  1. La maggioranza sceglie?

Un’altra obiezione avrebbe già una risposta nelle ultime righe del paragrafo precedente (cioè: non ci concentriamo sulla volontà della maggioranza, come abbiamo visto, ma sul gruppo soggetto al rischio). L’obiezione è la seguente (di Aurelio Mustaccioli):

Caso 1. In una popolazione ci sono due tipologie di individui: gli A che sono portatori sani di un virus letale per i B. Gli A sono il 10% della popolazione, stanno bene e non possono contagiarsi l’un l’altro. I B, che sono maggioranza, decidono di rinchiudere gli A per evitare che violino il NAP infettando i B. Fanno bene?

Caso 2. Come il precedente ma ora gli A sono il 90%. E concordano che i B vanno tutelati, ma in questo caso decidono di rinchiudere i B. Fanno bene?

  1. Risposta: non è la maggioranza a scegliere

Premesse:

(i) Il rischio aumenta gradualmente (per es. il rischio che cada un uomo schiacciandomi è minore del rischio di tagliarmi col coltello mentre trito la cipolla. Oppure, il rischio di ammalarmi entrando in contatto con un patogeno è maggiore del rischio di ammalarmi andando a correre in solitaria in campagna).

(ii) Le misure di protezione dovrebbero essere proporzionate al grado del rischio.

Caso 1. Se il 10% della popolazione è contagioso questa fetta di popolazione è potenzialmente un rischio (in una scala da 0 a 1 diciamo 0,8). In questo caso è del tutto legittimo adottare delle misure di sicurezza per il 90% della popolazione non contagiata. L’operazione non può essere però preventiva (non posso rinchiudere il 10% della popolazione). Piuttosto le misure devono essere di natura prescrittiva: bisogna creare le condizioni per cui sia chiaro che entrare in contatto con il 90% della popolazione sana è una violazione del nap e quindi è punibile e richiede un risarcimento proporzionato, in questo caso abbastanza alto, poiché il rischio è di 0,8. Nel frattempo, il 90% delle persone potrebbero prendere tutte le precauzioni che vogliono per difendersi dal 10% contagioso. La parte del 90% che non ha interesse a difendersi potrebbe tranquillamente entrare in contatto con chi preferisce ma diventerebbe un possibile rischio, diciamo di 0,5 (poiché non si sa se entreranno in contatto effettivamente con i contagiati, sappiamo solo che non prenderanno precauzioni).

Caso 2. La situazione è analoga, ma in questo caso il rischio da 0,8 aumenta per il fatto che è quasi impossibile evitare qualunque contatto. Diciamo che il rischio diventa di 0,9 (o anche 1). In questo caso una società sana (libertaria) opterebbe per metodi e strategie che non violino il nap. Per esempio, misure non invasive o che non siano così pesanti da essere illegittime o liberticide. Per questo però la società libertaria, oltre a essere tale, dovrebbe essere “ragionevole”. L’assolutismo etico, come sottolinea Huemer, non è praticabile. I principi etici dovrebbero servire per alzare gli standard di giustificazione. Per esempio, essere contro l’omicidio non significa esserlo sempre, ma esserlo tranne in quei casi in cui è giustificato, ma la giustificazione per un omicidio è molto importante e seria, così che la maggior parte delle volte non siamo giustificati. Allo stesso modo, la violazione della libertà non è qualcosa da prendere in maniera incontrovertibile. La libertà è del tutto prioritaria, ma non è mai qualcosa di statico e immodificabile. Si è liberi ugualmente portando le mascherine (non sono manette). Proprio per questo, una società ragionevole sarebbe una società che ragionevolmente sceglierebbe di comportarsi adeguatamente (in base cioè alla conoscenza scientifica che abbiamo a proposito delle strategie non farmaceutiche di contenimento). Ovviamente si comporterebbe così se mettesse al primo posto il nap.

  1. Misure contronatura?

Un’altra obiezione che mi è stata posta riguarda il rapporto tra strategie di contenimento e natura umana. Per semplicità immaginiamo che il concetto di “natura umana” sia sufficientemente banale da permetterci di trascurarlo in questa discussione (ma già una riflessione più seria su questo concetto bloccherebbe questa terza obiezione). La domanda stringente è un’altra: chi deve adattarsi? Questo il modo in cui è stato posto il problema:

Sei propenso al rischio? Zero restrizioni, tutto aperto per te, inclusi stadi e locali carnai.

Sei meno propenso al rischio? Stai a casa, o giri con mascherina e distanziatore.

Libertà di scelta, io sceglierei il primo caso, ma rispetto chi sceglie il secondo finché non me lo impone.

  1. Chi guida ubriaco non può imporre al cittadino innocuo di non attraversare la strada

Il problema con questa obiezione mi sembra chiaro: chi si assume dei rischi (come detto nel paragrafo 2) non può condizionare chi ha scelto di non prenderseli. Poniamo che esista uno stato 0, la condizione quotidiana di un individuo x (condizione quotidiana è un concetto generale che deve intendersi come minimo comun denominatore della vita di ciascuno). Rispetto a questa condizione la pandemia impone un cambiamento, in meglio o in peggio. Quindi la pandemia rende la nostra condizione 0 suscettibile (+1 o -1). Ora, nel caso in cui io scegliessi di prendere delle precauzioni, probabilmente scenderei a -1 (per es. sceglierei di non uscire di casa, come scritto nell’obiezione). Apparentemente anche se io obbligassi qualcuno a seguire delle restrizioni lo obbligherei a modificare la propria condotta di vita con segno negativo (-1). Eppure in una situazione instabile come quella della pandemia, i rischi che si assumono non sono semplicemente le azioni che avresti fatto quotidianamente (e che sarebbero rientrate nella media di 0). Si tratta appunto di rischi, quindi quelle attività scommettono modificando la condizione quotidiana e rendendola una condizione pericolosa (+1). Limitare questi rischi in situazioni normali, significherebbe costringere la gente a vivere a -1, mentre in questa situazione si tratterebbe di costringerla a vivere a 0. In questo senso le misure contro chi genera il rischio sono più sensate e meno distruttive delle misure di chi vuole aver cura di sé.

Altra risposta: poniamo che ci siano dei bulli nel tuo quartiere. Sei tu che devi restare a casa o sono loro che non dovrebbero girare. Questo per dire che è il portatore del rischio a doversi adeguare, non chi vuole continuare a condurre una vita in sicurezza. Vuoi andare in giro senza precauzioni, va bene, ma non sono gli altri che devono stare attenti a non farsi contagiare.

Conclusione

In generale la mia risposta è semplice e, persino, semplice da sostenere. Non credo che ci siano obiezioni forti da chi difende il nap, quindi dai libertari. Ritengo che possano esserci obiezioni (come 3) che invece si adattino ai sostenitori di società in cui dei gruppi sono prevaricatori su altri. Il ragionamento è questo:

(a) Se violo il nap, allora pratico una violenza.

(b) Violo il nap (vedi le tre risposte alle obiezioni)

Quindi

(c) Pratico violenza.

Si tratta dunque di spiegare perché si viola il nap. Credo di averlo fatto a sufficienza. In generale mi sembra che il nap si riferisca più a ciò che qualcuno rischia di subire che non a ciò che qualcuno è libero di fare. Il nap è il limite della libertà individuale, quindi il filtro che chiude alla possibilità di violare la libertà altrui. La libertà altrui è violata principalmente da chi produce un danno, non da chi risponde a un rischio (se io mi difendo dal ladro che entra in casa, anche se ancora il ladro non ha causato un reale danno, costituendo esso un rischio fa sì che io non stia violando il nap).

***

La distinzione nel titolo tra dogmatici e pragmatici ricalca quella proposta da Scott Sumner nel blog di Brian Caplan, qui.

Ho citato gli autori delle obiezioni che collaborano o gestiscono Lib+, per spirito di discussione e per amicizia. 

Il barbiere di Hayek

by Riccardo Canaletti

Studia Philosophy and literature presso Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

 

Riccardo Canaletti

Coordina la sezione Filosofia

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