Nei momenti di crisi economica (tipo il 2008, il 2011 o – più recentemente – quella di quest’anno) una delle grandi pulsioni che spesso animano l’uomo medio è quello di trovare dei capri espiatori, cercare qualcuno a cui dare addosso per sfogare una comprensibile rabbia e risentimento verso quella che lui giudica essere una brutta situazione. La politica e l’economia non sono esenti da queste reazioni, perché uno dei grandi  “colpevoli” che gli italiani spesso additano come responsabili delle ristrettezze economiche in cui il nostro Paese si trova è l’Unione Europea. Questo ente, sostengono costoro, è stato deleterio per la nostra economia: ha imposto inutili vincoli, regole e discipline che hanno “spezzato le reni” (tanto per richiamare le frasi di uno degli ispiratori delle teorie di costoro) alla florida economia italiana. Un rinnovato sostegno alle teorie antieuropeiste è giunto anche grazie al raggiungimento di un accordo per l’uscita dello UK dall’Unione; evento – questo – che ha dato nuovo vigore alle spinte antieuropeiste che provengono dal continente. Non c’è niente di più falso, a mio avviso, nel sostenere che l’Unione Europea debba essere abbandonata, sostenendo invece – spiegandovi perché – che la UE vada riformata in merito al suo eccessivo centralismo ed alla sua spesso dirigistica politica.

La più importante ragione per cui in un’ottica liberista e liberale occorre essere a favore dell’Unione Europea è quasi intuitiva: la possibilità di libero movimento di capitali, merci e persone. Come sottolineato già in un altro articolo, l’esperienza insegna all’uomo comune che l’azione cooperativa è più efficiente e produttiva dell’azione isolata di colui che basta a se stesso. Tale divisione può essere di due tipi: divisione orizzontale e divisone verticale. La divisione orizzontale del lavoro consiste in un soggetto produce un bene diverso da quello prodotto da un altro soggetto; mentre la divisione verticale consiste nella distribuzione delle mansioni nell’ambito del processo produttivo; scambi intersettoriali. Le condizioni naturali che determinano la vita e gli sforzi umani sono tali che la divisione del lavoro aumenta il prodotto per unità di lavoro impiegata. Questi fatti naturali sono: 1) le innate diseguaglianze degli uomini rispetto alla loro capacità di eseguire le varie specie di lavoro; 2) la diseguale distribuzione delle opportunità – non umane – di produzione sulla superficie della terra. Queste due circostanze possono essere considerate benissimo come una sola: la diversità della natura fa dell’universo un complesso di varietà infinite. La divisione del lavoro fra gli individui è vantaggiosa perché si produce più ricchezza in ragione del fatto che le capacità e le opportunità umane sono altamente differenziate, per cui il fatto che ciascuno si specializzi nell’attività per la quale ha una maggiore inclinazione migliora la disponibilità di prestazioni di qualità mostrando quindi che il concentrarsi su una sola attività consente a) il miglioramento qualitativo nello svolgimento di essa e b) una maggiore automazione (che evita lo spreco di tempo che deriva dal disperdersi fra attività diverse). Da questo primo aspetto della divisione del lavoro di Adam Smith occorre ora passare alla legge dei vantaggi (costi) comparati di David Ricardo. È abbastanza chiaro, infatti, che l’aumento della produttività realizzato dalla divisione del lavoro ovunque l’inuguaglianza dei partecipanti è tale che ogni individuo sia superiore per almeno un aspetto agli altri individui. Citando un esempio di Mises[1] , se “A” produce in una unità di tempo 6x o 4y  e “B” soltanto 2x ma 8y; se lavorano insieme in regime di divisione del lavoro, ognuno di loro produce la merce la cui produzione gli risulta essere più agevole, sicché produrranno, invece di 10x e 12y isolatamente, 6x ed 8y. Per mostrare cosa accade, invece, nel caso in cui un individuo è più efficiente sotto tutti gli aspetti e coopera con un gruppo meno efficiente, occorre fare riferimento alla legge di associazione di Ricardo. Costui ha analizzato gli effetti del commercio fra due aree, diversamente dotate dalla natura, nell’ipotesi che i prodotti – ma non i lavoratori e i fattori di produzione accumulati (beni capitali) – possano liberamente muoversi da un’area ad un’altra. La divisione del lavoro tra le due aree aumenta la produttività del lavoro, ed è quindi vantaggiosa per tutti gli interessati, anche se una di queste aree – per nessuno dei beni in questione – beneficia di condizioni naturali di produzione migliori dell’altra: l’area meglio dotata ha dei vantaggi nel concentrare gli sforzi sulla produzione di quelle merci in cui la sua superiorità è maggiore e lasciare la produzione degli altri beni all’area meno dotata, nei quali la superiorità dell’area meno dotata è minore. Ricardo era pienamente consapevole del fatto che tale legge, detta dei vantaggi comparati, è un caso particolare della più generale legge di associazione. Se “A” è tanto più efficiente di “B” a tal punto che gli occorrono tre ore per la produzione di una unità della merce “x” rispetto alle 5 ore di “B”  e, per la produzione di “y”, due ore rispetto alle quattro di “B”, allora entrambi guadagneranno se “A” si limita alla produzione di “y” e lascia a “B” il compito di produrre “x”. Se ognuno di loro dà 60 ore alla produzione di “x” e 60 ore alla produzione di “y”, il risultato del lavoro di “A” è 20x+30y; quello di “B” è 12p+15q; e – per quei due insieme – 32x+45y. Se “A” si limita a produrre solo “y” egli produce 60y in 120 ore; mentre “B”, limitandosi a produrre solo “x”, produce nello stesso arco temporale 24x. Il risultato della loro attività è – allora – 24x+60y, in un rapporto di sostituzione di 3/2y nei confronti di “A” e di 5/4x nei confronti di “B”; in ogni caso una produzione maggiore di 32x+45y. È chiaro – quindi – che la divisione del lavoro avvantaggia ogni partecipante, i suoi vantaggi sono sempre reciproci. Consapevoli di ciò, possiamo ora traslare il discorso fatto a livello individuale (e quindi “micro”) nelle discussioni a livello “macro” concernenti il commercio internazionale. In accordo con l’individualismo metodologico (ossia considerare l’individuo quale unità di analisi della scienza economica da cui partire per effettuare delle analisi “aggregate”) il commercio internazionale non è altro che l’analisi del libero mercato applicata a un’area geograficamente più vasta. La “globalizzazione”, intesa nel suo significato tecnico, non è altro che la libera circolazione fra i Paesi di beni, servizi, capitali, informazioni e persone, conseguenza della divisione del lavoro. In realtà il termine originariamente si riferiva soltanto all’aspetto finanziario, ossia all’esistenza di un mercato mondiale dei capitali. In un altro senso, indica l’integrazione produttiva su scala mondiale delle imprese, soprattutto quelle multinazionali. Ma con il tempo ha assunto il significato specificato all’inizio, cioè l’intensificazione degli scambi internazionali fino alla ottimizzazione delle diverse operazioni di produzione e commercializzazione: localizzazioni in base ai costi di produzione, subappalti ecc. Parlare di globalizzazione, in sintesi, vuol dire parlare di libero mercato con tutti i benefici che esso comporta: si commercia perché esiste, ed è conveniente per entrambe, la divisione del lavoro, e di conseguenza lo scambio. Dunque i paesi devono specializzarsi nelle produzioni in cui esistono dei costi assoluti minori. Ad esempio[2], due Paesi, Inghilterra e Portogallo; il primo ha un vantaggio nella produzione di grano, il secondo di vino. Se non commerciano e si mantengono autarchici, dedicando metà delle risorse alla produzione di un bene e l’altra metà alla produzione dell’altro, producono in un anno rispettivamente 500 tonnellate di grano e 15 litri di vino e 25 tonnellate di grano e 400 litri di vino. Assumendo per semplicità che questi due beni possano essere sommati, il pil inglese sarà pari a 515 e quello portoghese a 425, per un totale di 940. Se invece i due Paesi si specializzano nella produzione in cui hanno un vantaggio, impiegando in essa tutte le risorse (che prima, come detto, erano equiripartite nella produzione di due beni), raddoppiano la produzione, per un pil totale di 1800. La creazione di una Unione commerciale all’interno della quale merci, persone e capitali possono circolare liberamente è stata una vera e propria benedizione per tutti quei Paesi che – come il nostro – erano sottoperformanti dal punto di vista economico e che hanno potuto beneficiare di investimenti e capitali esteri.

La seconda ragione per cui coloro che hanno a cuore la libertà economica debbono essere a favore dell’Unione è la gestione molto più oculata della politica fiscale e di quella monetaria. Al di là di quest’anno (in cui il famoso “patto di stabilità e crescita è stato sospeso), la gestione delle politiche fiscali dell’Unione Europea impone che i paesi aderenti rispettino dei precisi parametri (il famoso 3% circa il rapporto deficit-PIL, il 60% rapporto debito PIL e il tasso di inflazione che non deve superare di oltre l’1,5% quello dei tre Stati membri che avranno conseguito i migliori risultati in materia di stabilità dei prezzi nell’anno che precede l’esame della situazione dello Stato membro) mediante i quali i paesi membri possono raggiungere una maggiore stabilità fiscale. A livello di politica monetaria, lo scenario si ripete: come ben evidenzia il noto esponente di Scuola Austriaca Jesus Huerta de Soto, infatti,

“Come abbiamo avuto modo di vedere, gli economisti della Scuola Austriaca sostengono il regime aureo perché quest’ultimo è in grado di porre un freno all’arbitrarietà di politici e governanti, non solo per la sua natura disciplinatrice del comportamento di tutti gli agenti che partecipano al processo democratico, ma anche perché favorisce l’azione disciplinata ed etica degli esseri umani […]. Orbene, l’istituzione dell’euro nel 1999 e la sua definitiva entrata in vigore a partire dal 2002 ha portato alla sparizione del nazionalismo monetario e dei tassi di cambio flessibili nella maggior parte dell’Europa Continentale. Più avanti avremo modo di commentare gli errori commessi dalla Banca Centrale Europea. Ciò che ora ci preme constatare è in che modo i diversi stati dell’Unione Monetaria hanno perso la propria autonomia monetaria, vale a dire, la possibilità di manipolare la propria moneta locale per metterla al servizio delle necessità politiche delle varie circostanze contingenti. In questo senso, e per lo meno per quanto riguarda i paesi dell’Eurozona, l’euro ha agito e continua a farlo in modo molto simile a come a suo tempo agiva il sistema aureo. E per questo l’euro deve considerarsi come una valida approssimazione, seppur imperfetta, al regime aureo”.

In questo senso, l’Italia è un esempio eclatante di come ciò sia vero: in effetti, negli anni Settanta ed Ottanta– prima dell’introduzione dell’euro – procedevamo per anni a tassi di inflazione double digit a causa della “sovranisstissima” monetizzazione del debito attuata mediante svalutazioni sempre più crescenti della “Liretta” e conseguente stagnazione economica; una situazione economica che siamo riusciti a sbloccare solo dopo l’introduzione della allora più “disciplinata” moneta unica. Inoltre, come de Soto commenta, la fine della monetizzazione del debito ha comportato che

“In Spagna [ed in molti altri paesi, nota mia] ad esempio, nel breve spazio di un anno ben due governi si sono visti letteralmente obbligati ad attuare una serie di misure che, seppur del tutto insufficienti, fino a quel momento sarebbero state ritenute politicamente impossibili ed utopiche, anche da parte dei più ottimisti: 1) nell’articolo 135 della Costituzione è stato introdotto il principio antikeynesiano della stabilità e del pareggio di bilancio per il governo centrale, le comunità autonome ed i comuni; 2) sono stati immediatamente interrotti tutti i progetti faraonici di incremento della spesa pubblica, di acquisto di voti e di sovvenzioni su cui i governanti abitualmente basavano la propria popolarità e la propria azione politica; 3) sono stati ridotti, prima di un 5 per cento e poi definitivamente congelati, gli stipendi di tutti i funzionari pubblici e allo stesso tempo si è incrementato il loro orario di lavoro; 4) sono state di fatto congelate le pensioni della Previdenza Sociale; 5) è stata innalzata l’età pensionabile da 65 a 67 anni per tutti; 6) la spesa pubblica totale a bilancio è stata ridotta di più del 15 per cento; e 7) sono stati liberalizzati in maniera significativa il mercato del lavoro, gli orari degli esercizi commerciali, ed, in generale, tutta l’intricata rete di regolamentazione economica.[…] Oggi più che mai si sta rivelando nell’area euro il vero costo di tutte queste insufficienze strutturali: senza una politica monetaria autonoma i vari governi si vedono letteralmente obbligati a rivedere (in questo caso, a ridurre) la spesa pubblica e a cercare di recuperare competitività internazionale liberalizzando e flessibilizzando al massimo i propri mercati (specialmente quello del lavoro, tradizionalmente molto rigido in molti paesi dell’Unione Monetaria).”

Non è tutto rose e fiori, certamente. Lo stesso deSoto riconosce che

“Nessuno può negare che l’Unione Europea soffra cronicamente di una serie di importanti problemi economici e sociali. […] Lo stesso può dirsi dei programmi onnicomprensivi di aiuti e sovvenzioni, tra i quali la Politica Agricola Comune ricopre un ruolo da protagonista, sia per i suoi effetti dannosi che per la sua completa mancanza di razionalità economica. E, soprattutto, della cultura di ingegneria sociale e opprimente regolamentazione che, con il pretesto di armonizzare le diverse legislazioni nazionali, fossilizza e impedisce che il mercato unico europeo sia un vero mercato libero. […] Così, ad esempio, è sorprendente verificare come sia sempre più abituale introdurre in Europa le crescenti ed asfissianti nuove misure di regolamentazione provenienti dal mondo accademico e politico anglosassone e, concretamente, statunitense, spesso quando le stesse si sono già dimostrate inefficaci o fortemente perturbatrici […]”.

, non mancando di evidenziare come anche la stessa BCE soffra di alcune problematiche quando sostiene che:

“Nonostante quanto detto finora, il problema più grave non sta nella minaccia dell’impossibile unione politica, ma nel fatto insindacabile che se la Banca Centrale Europea continua a mantenere una politica di espansione creditizia durante le epoche di apparente bonaccia economica ciò porterà a cancellare, per lo meno temporaneamente, l’effetto disciplinatore che l’euro ha sugli agenti economici di ogni paese. Così, ad esempio, l’errore fatale della Banca Centrale Europea è stato quello di non essere stata capace di isolare e proteggere l’Europa dall’enorme espansione creditizia architettata a livello mondiale dalla Federal Reserve nordamericana a partire dal 2001. Per parecchi anni, in flagrante inadempienza del trattato di Maastricht, la Banca Centrale Europea ha permesso che la M3 crescesse a livelli addirittura superiori al 9 per cento annui, ben al di sopra dell’obiettivo del 4,5 per cento di crescita della massa monetaria originariamente stabilito dalla BCE stessa”.

Ciononostante ritengo che questo non costituisca un problema che debba portare i libertari a rifiutare quanto di buono c’è nell’Unione. In primo luogo, per quanto riguarda le regolamentazioni, quello che i singoli Stati sono stati capaci di fare a livello “micro” possono riuscire a farlo anche a livello di Unione, magari facendo sì che si formi una coalizione di policymaker di carattere esplicitamente liberale e liberista, che faccia ritrovare all’Unione il suo originario spirito di stampo liberale. Inoltre, per quanto riguarda la politica monetaria, se è vero che de Soto lamenta una politica monetaria troppo espansiva, è anche vero che ci sono delle “vie di scampo” come lui stesso ci dice:

“Dalla sopravvivenza dell’euro dipende il fatto che l’Europa interiorizzi e faccia sua la tradizionale stabilità monetaria tedesca, che è l’unica ed imprescindibile cornice disciplinante da cui si può continuare a stimolare a breve e medio termine la competitività e la crescita dell’Unione Europea.”

Una soluzione in questo senso potrebbe essere quella di un “negative inflation targeting”, ossia un tasso di inflazione inversamente proporzionale all’aumento di produttività, o un “time preference targeting”, calcolato come rapporto tra consumi e risparmi (in modo da rendere la politica monetaria meno distorsiva). Al di là del modo con il quale ritrovare questa “stabilità monetaria” (nodo che economisti e policymakers molto più competenti di me sono chiamati a trovare) la liberalizzazione dei mercati ed un fortissimo decentramento amministrativo sono i veri primi passi per salvare economicamente un progetto – quello europeo – che non deve essere liquidato quanto, piuttosto, profondamente riformato. Un Europa dei popoli, confederale, che rispetti le tradizioni delle Nazioni che la compongano e che faccia del libero mercato, della disciplina fiscale e monetaria i suoi vessilli: un’Europa che non abbiamo, ma di cui abbiamo tutti disperatamente bisogno.

 

[1] Ludwig von Mises; “L’Azione Umana” (Parte seconda: “L’azione nell’ambito sociale; capitolo 8, “La società umana”); pp. 201-204, Rubbettino Editore.

[2] Tratto da http://rothbard.altervista.org/teoria/economia-internazionale.doc , nota 2.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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