Il risultato delle elezioni americane, con la scia di ricorsi e di polemiche che ne conseguiranno, sembra aver messo in luce una problematica ben precisa: il mondo conservatore deve prendere maggiore coscienza di sé e preparare una valida e reale alternativa al progressismo statalista da “green new deal” che ogni giorno avanza sempre di più.

Molte voci di questo mondo si sono espresse riguardo ai punti focali di quella che dovrebbe essere una vera e propria rinascita del conservatorismo.

Voglio aggiungere molto umilmente la mia voce, da appassionato e studioso del mondo conservatore, non certo per la presunzione di avere la soluzione in tasca, ma perché credo di interpretare un punto di vista condiviso da molti ma messo in ombra dalle tendenze finora imperanti nella destra.

Nel mondo moderno abituato a una presenza pressante dello stato nell’economia e all’intervento del braccio statale nelle questioni più disparate, vorrei tracciare il profilo di un conservatorismo antico e dimenticato, aristocratico nelle origini ma quanto mai attuale nei contenuti e coraggiosamente anti-egalitario e anti-statalista.

Per parlare di rinascita del conservatorismo non possiamo non tornare a Edmund Burke, padre di questo vasto mondo di idee, un uomo che per gli standard di oggi verrebbe considerato quasi un libertario. Burke, nelle sue Riflessioni sulla Rivoluzione Francese, fa due ragionamenti che oggi è importante riprendere da un punto di vista conservatore: il primo di ordine politico, il secondo di ordine economico.

Sul lato politico viene evidenziata l’importanza di istituzioni affermatesi per la consuetudine e il senso comune più che per il diritto positivo, e qui potremmo citare il giusnaturalismo di John Locke (su cui poi torneremo). Sul lato economico Burke confronta il fallimentare sistema monetario uscito dalla rivoluzione francese basato su titoli di prestito cartacei privi di valore reale, gli assegnati, con quello sano e onesto della su Inghilterra, in cui “tutta la moneta cartacea possiede un corrispettivo in oro depositato realmente e che può essere convertito a piacere , in un attimo, e senza la minima perdita, di nuovo in moneta metallica”.

Si tratta di valori che il conservatorismo moderno ha dimenticato: per affermare istanze conservatrici di preferisce usare nuove leggi dello Stato e si tollera, a livello economico, quello che è a tutti gli effetti un monopolio della moneta soggetto alla volontà e alla discrezione delle Banche Centrali e degli uomini che le rappresentano.

Il più sacro principio per un conservatore è la libertà, perché solo nella libertà può affermarsi quell’ordine spontaneo proprio del diritto naturale, e in questo senso bisogna lasciar perdere nuove costruzioni statali volte a obbligare o convincere le persone sulla strada di valori del passato: in un ambiente di vera libertà quei valori, se sono valori dotati di una reale forza, si affermeranno da soli grazie al senso comune e non alla violenza.

Il conservatorismo del XXI secolo deve prendere atto dei fallimenti del conservatorismo del secolo scorso: le uniche eccezioni a cui guardare sono gli esempi di quel conservatorismo più vicino al liberalismo di Reagan e della Thatcher.

Dobbiamo liberarci dall’idea che il conservatorismo debba “concedere” alla sinistra qualche cosa in termini economici e di metodo, differenziandosi da questa solo per valori etici appartenenti al passato. La parola d’ordine deve essere anti-egualitaria: siamo diversi, e questa realtà non va negata ma incoraggiata, perché la conoscenza non viene da un unico punto ma è un importante mosaico di cui ognuno di noi è appunto un tassello diverso. Livellare tutti verso un certo punto di vista non solo significherebbe un appiattimento culturale ma anche un impoverimento economico.

Un altro punto fondamentale è quello del cosiddetto “senso dello Stato”: se “senso dello Stato” significa legittimare un ruolo dello Stato anche in ambiti (moltissimi) da cui questo dovrebbe stare alla larga, un vero conservatore non deve cedere a un fantomatico amor di patria, ma battersi senza sosta per gli interessi individuali del singolo e per la sua libertà.

Il conservatorismo non ha nulla a che fare con l’essere bigotti o di mente chiusa, non ha nulla a che fare con coloro che vogliono che lo Stato intervenga ad affermare presunte verità al posto di altre: essere conservatori culturali comporta anzi un certo scetticismo verso lo stato che sempre più si sostituisce agli individui e alle famiglie nel determinare come la vita privata debba essere condotta.

Negli ultimi anni abbiamo visto il mondo “conservatore” fare battaglie campali sulle unioni civili, sventolare rosari nelle piazze e scimmiottare dai palchi questo o quel papa in base alla convenienza politica.

Il conservatorismo non c’entra nulla con queste persone che vogliono corrompere con lo Stato le sfere più nobili e personali dei nostri valori, così come il conservatorismo non c’entra nulla con chi vuole proporre una sorta di religione laica di stato, un fermo credo nel centralismo patriottardo che è un vero sputo in un occhio a chi crede che il centro siano l’individuo e la famiglia e non una fantomatica patria.

Essere conservatori vuol dire essere anarchici, perché si rifiuta l’autorità dello Stato anteponendo il diritto naturale e la morale dei singoli individui, vuol dire essere rivoluzionari perché per attuare una società libera va smantellato lo Stato come noi lo conosciamo, e soprattutto vuol dire essere libertari perché la libertà è condizione senza la quale i valori di sempre non possono affermarsi.

Finché non si troverà il coraggio di mandare al macero una serie di vecchie credenze che ruotano intorno al pensiero conservatore e non fanno altro che distorcerlo la differenza tra destra e sinistra rimarrà una sola: socialisti rossi vs socialisti blu.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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