Quando si dice che lo stato è estinto non s’intende dire che è scomparso. Lo stato è ben presente nella nostra vita, come tutti quelli che lavorano e vivono ben sanno.
Ma anche i cadaveri non sepolti sono presenti, ingombrano e per di più emanano miasmi tremendi. Non per questo sono vivi.

Lo stato moderno moderno in quanto fonte di regolazione e organizzazione delle vite degli individui e modernamente inteso come episteme, come struttura del sapere che si fa norma, questo stato ha esaurito la sua spinta propulsiva. Prosegue per inerzia e, come una vecchia locomotiva a vapore, è imponente per la sua massa. Ma è ferraglia.
Incapace di provvedere ai bisogni di masse sempre crescenti di postulanti, ai quali ha promesso di occuparsi dalla culla alla tomba, lo stato che esce da due guerre mondiali occupa la maggior parte delle risorse fisiche e intellettuali nel mantenere lo status quo. L’obiettivo non è più il progresso ma il mantenimento delle posizioni raggiunte e nemmeno questo è più alla portata, data la zavorra immensa di debiti accesi a gravare su innumerevoli generazioni future.
Le monadi westfaliane, vicine ai  500 anni di esistenza, estenuate dalla complessità, devolvono grate i poteri e accettano di buon grado l’ingerenza nei propri affari interni. Tutto purché si sopravviva.

Nello stato postmoderno intanto, quello che si sta organizzando sotto i nostri occhi distratti, i confini spariscono, i poteri che un tempo erano ritenuti il cuore della statualità (esercito, moneta) sono devoluti ad autorità sovra nazionali e non statuali.

Lo stato rimane come una bad company alla quale rifilare i costi morti, pagati a esaurimento e finché non viene più comodo farla fallire.
Tutto il valore viene conferito altrove. Il valore oggi non viene prodotto dallo stato.

Pensare di limitare i poteri del liquidatore è illusorio e soprattutto inutile.

(continua)

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