di Antonino Trunfio

La guerra può essere cinicamente considerata un’azione economica, ed in particolare corrisponde a quell’azione economica che chiamiamo investimento. A fronte cioè di una certa somma disponibile e di un certo livello di rischio accettabile, un paese aggredisce un altro paese, per entrare in possesso dei suoi territori, dei suoi beni e delle proprietà dei suoi abitanti.

Che l’ammontare degli investimenti per una guerra sia sempre ingente e il livello di rischio, corrisponda sempre al massimo grado, è cosa nota a tutti. A seconda poi, della protervia e delle mire dell’aggressore e del grado di difesa e reazione dell’aggredito, gli investimenti necessari da ambo le parti, hanno finora condotto al collasso intere economie, devastando vaste aree e continenti, con lutti e atrocità di ogni genere.

Considerato che la cupidigia e la protervia degli apparati di uno stato, sono infinitamente più grandi delle possibilità di un singolo o di un gruppo di singoli, ancorché organizzati, e che la cupidigia e la protervia sono elementi congeniti dello stato in quanto tale, non possiamo ignorare che i sistemi politici del pianeta fanno continuamente i conti con loro patrimonio genetico e con il grado di totalitarismo che li caratterizza. A volte i conti si fanno tornare e chiamiamo quei periodi “tempo di pace”. Altre volte i conti non tornano, e chiamiamo quei periodi “tempi di guerra”.

È logico ritenere che la strategia di ciascun stato nei riguardi della guerra, di aggressione o di difesa e reazione, ha due caratteristiche in comune:

  1. minimizzare il rischio di danni e i costi da sostenere
  2. massimizzare l’ammontare del risultato e la probabilità della sua occorrenza

Le dotazioni nucleari installate, aggiornate e potenziate negli anni a partire dal 1945, dai paesi più importanti del pianeta e le dotazioni belliche convenzionali di tutti gli altri paesi, rappresentano su scala planetaria la mappa dei rischi e delle opportunità, il bilancio tra i punti di forza e quelli di debolezza sullo scacchiere internazionale.

È del tutto evidente che una guerra nucleare scompagina lo scenario classico. Renderebbe infatti tutti perdenti, sia gli aggressori che gli aggrediti, massimizzando i danni per chiunque. Di fatto la tecnologia nucleare ha neutralizzato sé stessa.

Una guerra convenzionale, e ce ne sono in corso decine in ogni angolo del pianeta, tutte estenuanti, intermittenti o continuative, isolate o estese, lascia certo inalterato lo scenario tradizionale della guerra, ma finisce per attirare prima o poi, l’influenza e l’intervento dei soliti big, che non potendo giocare al nucleare, con la scusa di esportare la democrazia o per il mantenimento degli equilibri blà blà….,  finisce anch’essa per risultare strategicamente inutile, ancorché combattuta aspramente da ambo le parti contendenti per motivi spesso di lingua, religione, razza, tradizioni storiche, gelosie e vendette mai sopite del passato.

In questo contesto e allo stato di fatto attuale, la massimizzazione dei risultati di un’aggressione e la limitazione dei costi e dei rischi, deve essere dunque ricercata al di fuori sia degli scontri nucleari che di quelli convenzionali.

Esattamente quello che sta accadendo sotto i nostri occhi in questo periodo.

Un’aggressione può essere condotta oggi, con un mezzo più selettivo, praticamente invisibile, praticamente mutageno, praticamente dilagante, praticamente senza clamori e preavvisi, senza dichiarazioni ufficiali, praticamente senza che vi siano avversari e alleati possibili, gettando nello scompiglio più totale intere aree del pianeta, trasformando decine di paesi in enormi ghetti di nazionalsocialistica memoria, senza il bisogno di costruire muri, di disporre filo spinato e check point, senza necessità di deportare popolazioni. Enormi ghetti, ancorché liberi e democratici, dove per ragioni di quarantena, a difesa da un nemico invisibile giunto non si sa da dove, si mandano letteralmente in tilt gli scambi economici, riducendo fiorenti economie e sistemi economici in macerie.

Ma chi sono gli avversari in questa guerra planetaria? e chi gli alleati? È difficile dirlo adesso, anche se a pensar male si fa peccato ma quasi sempre si indovina, come diceva Andreotti. Un’ipotesi con qualche fondamento la si può tuttavia avanzare: l’avversario dovrebbe essere identificabile con il soggetto che avrà riportato i danni minori, ottenendo i maggiori benefici da questa pandemia. E chi sono gli alleati? Questa è una domanda pleonastica perché stante che non c’è un avversario o avversari dichiarati, non ci possono essere neppure alleati. Tutti siamo sospettabili di essere alleati o avversari.

Cosa succederà ai vinti? non è difficile dirlo. La Storia lo racconta sin dalla notte dei tempi. I vinti vengono depredati, deportati, sterminati, internati.

Tutti esiti che l’ultima guerra mondiale ha prodotto tragicamente e riversato su centinaia di milioni di persone di tutta l’Europa continentale, il Nord Africa, e di tutta l’area asiatica del Pacifico.

I campi di sterminio nazisti erano chiamati campi di lavoro e al loro ingresso campeggiava la scritta “arbeit match frei” (il lavoro rende liberi). I Ghetti a partire da quello di Varsavia vennero costituiti dalla seconda metà del 1940 in avanti, inizialmente come campi per la quarantena, poi come veri e propri siti per la prevenzione delle epidemie. Troppe analogie tra quel tempo oscuro e i nostri giorni. Per il nazismo il lavoro avrebbe reso liberi, per lo statalismo è il lock-down che rende liberi; sotto il nazismo, centinaia di migliaia di persone che fino al giorno prima avevano un lavoro e conducevano una vita onorevole, vennero messe prima in quarantena e poi rinchiuse a scopo preventivo e a tempo indeterminato nei ghetti (circa mille nella sola Polonia). L’unica differenza, ma non da poco, tra quel tempo e il nostro, è la dimensione del fenomeno. Allora si trattò di sei milioni di ebrei. Oggi parliamo di miliardi di persone, di ogni razza e nazionalità, messe in lock-down, che hanno perso il lavoro o lo perderanno e che avevano una vita ancora normale fino a pochi mesi fa e che presto si ritroveranno senza più nulla, quindi morti che camminano.

Non deve sfuggirci quindi che il progresso non investe solo la tecnologia ma impatta pure sulla dimensione sociale e storica dell’umanità. Per le quattro categorie prima enunciate sono state infatti, appositamente predisposte, geniali equivalenze che rendono questa tragedia ancora in corso, una gigantesca fiction, capace di fiaccare qualsiasi resistenza e azzerare il benchè minimo rifiuto da parte di larghissime fasce della popolazione. Le equivalenze sono presto elencate:

depredati = acquistati

deportati = venduti

sterminati = resi inoffensivi

internati = lockdown

Nelle condizioni attuali, la predazione classica delle guerre di aggressione non necessità di invasioni e carri armati, bombardamenti. È già in corso e si completerà velocemente l’acquisto a prezzo di realizzo di tutte le proprietà e le attività disponibili sul territorio soggiogato. Il passaggio di proprietà avverrà quindi in modo regolare, in accordo alle leggi del paese in questione. Niente di più geniale è stato mai concepito prima.

Le deportazioni che conosciamo dalla Storia anche recente, non avranno bisogno di essere realizzate con i treni merci o i barconi. Basterà la vendita al miglior offerente delle braccia e della mente di milioni di poveri e miserabili i cui beni e patrimoni sono passati di mano.

Lo sterminio dei vinti non avverrà nei lager o nei ghetti di Varsavia, che poi si sa, finisce tutto di nuovo a Norimberga. Meglio rendere inoffensivo il vinto sul posto stesso, lasciandogli giusto la possibilità di sopravvivere, perché delle sue braccia e della sua mente, qualcuno ne avrà pur bisogno.

L’internamento infine avverrà in modo quasi automatico, grazie ai media di regime e agli apparati della propaganda statali. Ogni individuo reso inoffensivo, agognerà di avere un padrone cui mendicare il minimo vitale per scampare alla morte per inedia o denutrizione.

 

Una cosa è certa, non possiamo arrenderci così a questo copione già scritto e scontato. Alle Termopili Leonida a capo di uno sparuto gruppo di Spartani, all’imperatore Serse a capo del suo immenso esercito, che gli intimò con un messaggero di deporre le armi, rispose: “μολὼν λαβέ” che significa “venitele a prendere”.

Editoriali

by Autori Vari

Gli editorialisti di Lib+ sono persone libere e indipendenti che contribuiscono volontariamente con articoli e saggi.

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