di Marco Bassani

Abbiamo passato una buona parte dell’età moderna – nel diritto e nella morale – alla ricerca di un terzo. Il giudice imparziale, lo spettatore di Hume: il non essere coinvolti, l’essere autenticamente ‘spassionati’ sembravano criteri fondamentali per ragionare correttamente su ciò che è morale e anche ‘giusto’.
La cultura occidentale ha abbandonato da decenni questa augusta e provvida finzione. Oggi si sostiene apertamente che solo gli omosessuali possono scrivere le leggi sull’omofobia (giacché la subiscono), le femministe radicali sono le uniche titolate ad esprimersi sul femminicidio, gli ebrei soli possono decidere del reato di negazionismo e i neri hanno in generale il monopolio nella definizione di ‘razzismo’ visto che nella storia lo hanno subito davvero.
Esistono vari argomenti condivisibili per rendere oggi i discendenti delle vittime di ieri i ‘padroni del discorso’ storiografico. Ma affidare alle categorie colpite direttamente la decisione su leggi, pene e rimedi equivale a riunire in un’associazione le persone alle quali hanno ucciso la moglie e chiedere di decidere la pena per l’uxoricidio.
La distruzione del principio lockiano ‘nemo judex in re sua’ ci spinge verso un baratro da incubo hobbesiano. Un ‘bellum omnium contra omnes’ con il Leviatano pronto a diventare il servo sciocco del sottogruppo che ha ottenuto la più cristallina patente di vittima.

Editoriali

by Autori Vari

Gli editorialisti di Lib+ sono persone libere e indipendenti che contribuiscono volontariamente con articoli e saggi.

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