Ieri mi è capitato di rivedere una vecchia serie TV degli anni ’70, Il Prigioniero. L’ambientazione, il Villaggio, è una prigione travestita da paradiso: i suoi abitanti non hanno una vera libertà, non possono lasciare il Villaggio, sono costantemente sorvegliati e tutti i loro movimenti monitorati. I residenti sono privati della loro individualità e identificati solo dai numeri. Questa serie TV distopica, a metà strada tra James Bond, George Orwell e Franz Kafka, affronta temi sociali che sono dannatamente attuali: l’ascesa di uno stato di polizia, la perdita di libertà, sorveglianza 24 su 24, corruzione del governo, totalitarismo, pensiero di gruppo, marketing di massa e la tendenza degli esseri umani ad accettare docilmente la propria sorte di prigionieri in una prigione di propria creazione. Celebre è il motto che permette al Numero 6, il protagonista, di restare attaccato ad un briciolo di sanità mentale e, soprattutto, ligio ai suoi diritti individuali: “Non sono un numero, ma un uomo libero!”
La serie TV è una lezione su quanto sia difficile ottenere la propria libertà in una società in cui i muri delle prigioni sono mascherati dagli ornamenti apparentemente benevoli del progresso tecnologico e scientifico, della sicurezza nazionale e della necessità di proteggersi da terroristi, epidemie, disordini civili, e tutte le altre amenità scelte dall’apparato statale come suo obiettivo. Il Villaggio è anche un’allegoria appropriata per l’attuale stato di polizia sanitaria in cui ci troviamo: dà l’illusione della libertà mentre funge in realtà da prigione controllata, vigilata, inflessibile, punitiva e mortale. L’attuale dittatura sanitaria/tecnocratica, proprio come il Villaggio, è un panopticon: una prigione circolare in cui i detenuti sono sorvegliati da un unico guardiano situato in una torre centrale. Poiché i detenuti non possono vedere il guardiano, non sono in grado di dire se vengono osservati o meno in un dato momento e devono procedere partendo dal presupposto di essere sempre osservati. Il panopticon, in cui i prigionieri sono usati come fonte di lavoro a basso costo, è diventato un modello per lo stato di sorveglianza moderno in cui la popolazione è costantemente sorvegliata, controllata e regolamentata.
Quando lo stato vede “tutto” e sa “tutto”, oltre a disporre di una pletora di leggi per rendere anche il cittadino apparentemente più onesto un criminale, allora il vecchio adagio “non preoccuparti se non hai nulla da nascondere” si scopre per il prodotto civetta che è sempre stato. A parte gli ovvi pericoli rappresentati da uno stato che si sente giustificato e autorizzato a spiare la popolazione e utilizzare il suo arsenale di armi e tecnologie per monitorarla e controllarla, siamo arrivati ad un punto storico in cui saremo costretti a scegliere tra obbedire ai dettami dello stato e la salvaguardia della nostra individualità, integrità, dignità e indipendenza. La realtà è che ben prima che iniziasse la pratica del lockdown in primavera, gli individui avevano iniziato a modificare il loro comportamento. La gente l’aveva capito da sola, non aveva avuto bisogno di una legge. Poi è entrat in gioco lo stato che, attraverso pieni poteri dittatoriali, ha iniziato a demolire il tessuto sociale e incatenare quello economico. Se davvero dovessimo credere alle promesse fatte finora dal governo italiano, dove sono i risultati? Se la malattia fosse un morbo altamente letale dove sono le contromisure ospedaliere? Perché il governo italiano si dice abbia agito bene tra primavera ed estate, e di riflesso anche gli italiani, e poi magicamente questa narrativa scompare nel momento in cui affiorano presunte criticità? Perché, anche volendo credere alla narrativa catastrofista dei media, non si opera una semplice sottrazione tra tamponi effettuati e positivi scoperti in modo da capire che la stragrande maggioranza è negativa? Queste domande sono rivolte a chi intravede ed inizia ad intravedere il panopticon intorno a sé, il Villaggio, e vuole gridare “Non sono un numero, ma un uomo libero”.
Infatti, per quanto possa essere una maledizione l’attuale stato delle cose, è anche una benedizione perché strappa quel velo di ipocrisia che da tempo immemore riveste l’apparato statale. Ora tutti possono vedere quello che è veramente. E le prove si moltiplicheranno, perché il caos pianificato prevede una deriva sempre più dittatoriale, assurda e fraudolenta. Questo deve essere un periodo storico in cui, attraverso una Grande Inversione, si riscoprano quei valori che hanno reso grande e prospero l’Occidente: associazionismo, libertà d’impresa, ricerca del profitto, sound money. Buttare fuori dalla propria vita lo stato è diventato motivo di sopravvivenza e creare reti alternative una priorità. Questi due obiettivi hanno un minimo comun denominatore che si chiama Bitcoin, il famoso buco dietro il poster di Rita Hayworth.

 

Accademico della Scuola Austriaca d’economia, blogger, scrittore, studioso di liberalismo. E’ stato varie volte relatore in conferenze e ospite in trasmissioni radiofoniche. Nel 2012 partecipa alla fondazione dell’Associazione Von Mises Italia di cui è responsabile editoriale. Dal 2018 è community manager per il progetto Melis Wallet e nello stesso anno è entrato a far parte del Comitato Scientifico della Bcademy.

Francesco Simoncelli

Coordinatore sezione Economia e Finanza

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