di Stefano Magni

La Giornata della Memoria, oggi, è diventata una liturgia stanca, si perde il senso di quel che celebra, politicamente parlando, in perfetta malafede, è l’occasione annuale in cui la sinistra predica la sua superiorità morale alla destra. Perde di significato, soprattutto, perché ogni volta che un politico o un giornalista vuole fare sensazione, paragona altri eventi letali all’Olocausto (ultimamente va di moda paragonare gli immigrati morti nel loro tragitto verso l’Europa a un “nuovo Olocausto”). La Giornata della Memoria, val la pena ricordarlo, è la commemorazione di un genocidio, il peggiore mai avvenuto in Europa, il genocidio degli ebrei: 6 milioni di morti dal 1939 al 1945, due terzi dell’intera popolazione ebraica europea di allora, la maggior parte dei quali uccisi nell’arco di appena quattro anni dal 1941 (nei territori sovietici occupati dai nazisti) al 1945. Val la pena di ricordare anche la causa del genocidio: una tenace e diffusa teoria del complotto. Tenace perché resse a tutte le confutazioni della realtà. Diffusa, perché non ci credevano solo i vertici del partito nazionalsocialista responsabili del genocidio, ma anche la popolazione di gran parte d’Europa, soprattutto in Europa orientale.

La teoria del complotto è: attribuire agli ebrei e ad un loro vertice occulto, la causa dell’indebolimento (religioso, culturale, economico e militare) della propria nazione. In Germania questa teoria si diffuse soprattutto nel 1918, per spiegare la sconfitta nella Grande Guerra. I tedeschi non accettarono la sconfitta, anche perché non vennero mai battuti realmente sul campo e si arresero per sfinimento, quindi attribuirono la loro catastrofe nazionale alla “pugnalata alle spalle” degli ebrei, che pure avevano servito in uniforme esattamente come tutti gli altri cittadini tedeschi. Questa teoria, nel corso degli anni, assunse proporzioni e sembianze grottesche. Nel 1919, i conservatori e i nazionalisti attribuirono agli ebrei la rivoluzione comunista che stava dilagando. Nel 1929 attribuirono loro la crisi economica: non capendo le dinamiche del mercato, pensarono che fosse intenzionale e pianificata a tavolino da un potere occulto ebraico (anche se gli ebrei finirono in disgrazia come tutti gli altri). Nel 1933, quando i nazisti arrivarono al governo, istituzionalizzarono la teoria del complotto e iniziarono ad emanare leggi per discriminare gli ebrei sin dai primi mesi del regime. Nel 1939, invadendo la Polonia, i soldati tedeschi che vennero a contatto con le prime comunità di ebrei ortodossi che incontravano, vennero colti da spontanea furia omicida (basti leggere i diari dei militari di allora, nemmeno SS, ma soldati di leva della Wehrmacht, per rendersene conto). Il primo scopo dell’occupazione tedesca della Polonia fu quello di “de-giudaizzarla”, confinando tutti gli ebrei in ghetti, vere prigioni a cielo aperto. Nel 1941, quando i tedeschi invasero l’Urss e scoprirono gli orrori del regime sovietico, li attribuirono subito agli ebrei e spinsero le popolazioni locali (baltici, bielorussi, ucraini) a contribuire allo sterminio, per vendetta. Quindi, gli ebrei che avevano subito lo stalinismo ed erano stati perseguitati dai comunisti, si videro accusare di tutti gli orrori del regime, dai loro concittadini, ex amici e vicini di casa. Alla fine del 1941, Hitler realizzò di essere in guerra contro tutto il mondo, Impero Britannico, Urss e Usa, ma invece di ricordare che era stato lui a dichiarare guerra a tutte e tre le superpotenze di allora, chiuso nella sua teoria cospirativa, giunta ormai a livelli di misticismo puro, decretò che erano stati gli ebrei internazionali ad aver combinato l’alleanza delle tre superpotenze per distruggere la Germania. E allora ispirò la Soluzione Finale, quindi l’annientamento fisico totale degli ebrei. Una missione prioritaria al punto che assorbì molte delle risorse che avrebbero potuto essere impiegate in guerra e, soprattutto, man mano che la Germania veniva sconfitta, invece di affievolirsi, si intensificò. Questa è dunque la causa: una teoria del complotto, una teoria tenace che ha origini antiche, nelle leggende nere sugli ebrei che risalgono anche a periodi pre-cristiani, diffuse nel Medio Evo, sopravvissute intatte ancora oggi in larga parte nel mondo islamico. E se ne trovano molte tracce ancora oggi in Occidente. Sentire certi discorsi (i quattro banchieri ebrei che controllano il mondo, il potere degli ebrei sulla finanza, la lobby sionista in America, il controllo ebraico/sionista sui media) dovrebbe far scattare vari campanelli di allarme. Invece, purtroppo, la sinistra che oggi fa la moralista è parte in causa nella sua diffusione: sostituisce la parola “sionista” a “ebreo”, ma poi dice le stesse cose.

Editoriali

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